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WORKAHOLISM: UBRIACHI DI LAVORO

di Gianluca Fiore (keyword: workaholism)

Dopo una lunga giornata, sei finalmente a casa e continui a pensare al tuo lavoro? Potresti essere un workaholic, dipendente da lavoro.

DEFINIZIONE DEL FENOMENO

Tutte le dipendenze sono un problema, ma non tutte sono condannate allo stesso modo.

Per dipendenza si intende una condizione di incoercibile bisogno di un prodotto o di una sostanza a cui si è assuefatti, e la cui astinenza può provocare uno stato depressivo, di malessere e di angoscia, e talora turbe fisiche più o meno violente, come nausea, dolori diffusi, contrazioni.

Ma non tutte le dipendenze sono legate ad una “sostanza”: le più studiate, note e condannate sono quelle legate all’abuso di alcool, stupefacenti e farmaci, ma vi sono forme più insidiose che rientrano nell’ambito delle “dipendenze senza sostanza” o dipendenze comportamentali. Queste sono nuove forme di dipendenza, nell’ambito delle quali il soggetto è assuefatto ad un determinato comportamento; rientrano in questa categoria il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, la dipendenza da tecnologie, la dipendenza da sport ed esercizio fisico (overtraining) e la dipendenza da lavoro.

Non a caso, Francisco Alonso-Fernandez propone una nuova classificazione della “tossicomania”, distinguendo dipendenze “sociali” o “legali” (assunzione di caffeina, nicotina, farmaci, comportamenti eccessivi come il mangiare o bere troppo, il trascorrere ore ed ore al computer, e così via) e dipendenze “antisociali” o “illegali” (come l’abuso di sostanze illegali, attività sessuali proibite, come il voyeurismo, il possesso di materiale pedopornografico, esibizionismo, etc).

Proprio la work addiction nel corso degli ultimi anni ha acquisito riconoscimento. Ad oggi, si stima che il 10% degli americani sia dipendente da lavoro.

Per definire questa nuova entità, nel 1971 lo psicologo e medico nordamericano William Oates coniò il termine workaholic, che venne successivamente inserito all’interno di tutti i dizionari. Solo da quel momento in avanti, l’approccio al problema della dipendenza da lavoro divenne scientifico, dato che fino ad allora i soggetti affetti da tale condizione venivano semplicemente considerati degli stacanovisti, lavoratori modello che mettevano al primo posto il lavoro.

Dovranno passare altri 27 anni prima di ottenere una precisa definizione del fenomeno. Nel 1998, Robinson definisce il workaholism come una forma di disturbo ossessivo compulsivo che si manifesta attraverso delle richieste auto-imposte, l’incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed una eccessiva indulgenza nel lavoro, fino ad escludere tutte le altre principali attività della vita.

Infatti, il workaholic sarebbe una persona che, a causa della sua totale dedizione al lavoro, provocherebbe alterazioni della propria salute, della propria felicità, delle relazioni personali e familiari, compromettendo del tutto il proprio funzionamento sociale.

Lo stesso Robinson, quando si riferisce a questo fenomeno, ne parla come di una “well-dressed addiction”, una dipendenza ben vestita, elegante, perché pur essendo pervasiva difficilmente viene riconosciuta e connotata negativamente.

La work-addiction va distinta dal “work-engagement”, una condizione in cui il lavoratore risulta essere positivamente assorbito dal proprio lavoro, nel quale egli si identifica appieno.

Kahn lo descrive come

un legame dei membri dell’organizzazione ai loro ruoli lavorativi: con l’engagement, le persone si impegnano fisicamente, cognitivamente, emotivamente e mentalmente durante le performance lavorative”.

Questo comporta degli effetti positivi sia nella vita personale dell’individuo sia nell’azienda per cui lavora, portando ad una crescita collettiva dell’organizzazione e dei membri che la compongono.

LA SPIRALE DEL WORKAHOLISM

Si individuano 3 fasi di sviluppo della dipendenza da lavoro.

1) FASE INIZIALE (uso-piacere-abuso)

La dipendenza dal lavoro si instaura inizialmente come un’abitudine; il lavoratore inizia a lavorare più del dovuto, inizia ad essere assorbito dal suo lavoro lentamente e progressivamente.

Pian piano, il lavoratore si disinteressa a tutti gli altri ambiti, quello familiare, sociale, e così via; poiché trascura questi aspetti, il workaholic sperimenta il senso di colpa, ma lo mette a tacere con pensieri del tipo “lavoro molto affinché la mia famiglia e i miei figli possano avere una vita felice”. Iniziano a manifestarsi disturbi fisici (mal di testa, mal di stomaco, disturbi cardiaci) e psichici (turbe della concentrazione, depressione, fobie), che vengono puntualmente ignorati ed affogati nella pratica lavorativa.

2) FASE CRITICA (abuso-comportamento evasivo-assuefazione)

Il workaholic continua ad accumulare un carico di lavoro eccessivo, se non è sotto pressione non è soddisfatto, continua ad estraniarsi dalla vita sociale. Anche i sintomi fisici e psichici peggiorano.

Inizia ad aver bisogno di essere ammirato o compatito dagli altri per l’eccesso di lavoro, ciò incrementa la sua autostima e riduce i sensi di colpa.

Aumenta l’aggressività e l’impazienza nei confronti dei colleghi di lavoro: “Quei nullafacenti si ostinano a lavorare solo 8 ore al giorno, sono dei perdenti”.

3) FASE CRONICA (assuefazione-dipendenza)

ll soggetto è totalmente assuefatto dal suo lavoro, amplia ancora di più la sua fascia oraria lavorativa, litiga con i colleghi che non adottano il suo stile di vita dedicato interamente al lavoro.

In questa fase diventa comune l’abuso di sostanze stimolanti o calmanti, in base alle necessità dell’individuo (gli appassionati di cinema ricorderanno la breve comparsata di Matthew McConaughey, che interpretava un broker dell’alta finanza nel film The Wolf of Wall Street). Possono manifestarsi malattie organiche e disturbi psichici gravi.

WORKAHOLISM: UNA SINDROME MULTIDIMENSIONALE

La dipendenza da lavoro è caratterizzata da:

  • compulsione a lavorare, con crisi di lavoro o attacchi di lavoro notturno o ininterrotto per giorni;
  • problemi familiari legati a mancanza di comunicazione, ad atteggiamenti autoritari e ad un mancato ascolto delle continue richieste di essere maggiormente presente;
  • isolamento sociale;
  • problemi relazionali con colleghi, superiori o dipendenti;
  • sindrome da stress lavorativo;
  • burnout;
  • polidipendenza che può essere caratterizzata dall’uso di farmaci stimolanti, eccessive dosi di caffè per ridurre le ore di sonno al fine di destinarne un maggior numero al lavoro, o ancora dall’uso di alcool o altre sostanze anche illegali.

Diana Malinowska e Aleksandra Tokarz dimostrano nel loro studio come la sindrome da dipendenza da lavoro sia multidimensionale, sviluppandosi su 3 dimensioni: comportamentale, cognitiva e affettiva.

Dal punto di vista comportamentale, sono stati presi in considerazione il tempo speso nel lavoro e la capacità di bilanciare la vita lavorativa con quella personale.

Nello specifico, la diagnosi di workaholism si verifica quando le ore di lavoro settimanali (includendo anche le attività legate allo sviluppo professionale, come corsi di aggiornamento, etc) superano quota 50, mentre solo poche ore sono dedicate ad altre attività.

La dimensione cognitiva è legata all’ossessione di lavorare, che si manifesta nel modo in cui un workaholic pensa continuamente al suo lavoro quando non è in ufficio, nel modo in cui sente di perdere il controllo nelle sue capacità professionali, nella spinta interna che lo spinge a lavorare sodo e fin troppo a lungo.

Molti workaholic trovano difficoltà nel lasciarsi il lavoro alle spalle e non possono far a meno di pensarci, anche quando non stanno lavorando; in tal senso, la dipendenza da lavoro ha dei tratti in comune con un disturbo ossessivo-compulsivo.

Altro indicatore cognitivo riguarda il modo in cui la persona concepisce il lavoro. Alcuni autori hanno ipotizzato che vi sia uno schema cognitivo che porti le persone a idealizzare il proprio lavoro, il quale finisce per assumere delle connotazioni etiche se non addirittura religiose; vi sarebbe una sorta di “etica protestante del lavoro”, che sarebbe cruciale nello sviluppo della dipendenza.

La compulsione a lavorare è un forte indicatore di workaholism, intesa come una intensa forza interiore che spinge il soggetto (libero da altre cause esterne) a lavorare, guidato da un personale senso del dovere.

Anche la dimensione affettiva risulta cruciale per comprendere il workaholism: è vero che i workaholic, soprattutto nelle fasi iniziali, provano gioia ed entusiasmo nel lavorare; tuttavia essi manifestano anche emozioni negative, come paura e senso di colpa o addirittura stati depressivi nel momento in cui non sono in ufficio.

CHI RISCHIA DI DIVENTARE UN WORKAHOLIC?

Non è semplice capire chi possa diventare un dipendente da lavoro. Per farlo, sarebbero necessari studi longitudinali, in cui prendere in considerazione un gruppo numeroso ed eterogeneo di persone e seguirne l’andamento nel tempo, valutando come l’individuo, in un determinato contesto ambientale, possa poi sviluppare l’addiction.

Ad oggi, essendo l’argomento ancora poco studiato, studi di questo genere mancano e quindi ci si basa sui dati disponibili fino ad ora.

Il rischio deriverebbe da un effetto combinato tra fattori individuali e fattori esterni legati al lavoro (ad esempio, ottenere importanti ricompense dopo aver svolto un lavoro egregio); ad oggi, si ritiene che la combinazione tra fattori individuali (predisposizione genetica, tratti di personalità), insieme a specifici valori che derivano dall’interazione dell’individuo con l’ambiente socioculturale, possano portare allo sviluppo del workaholism.

Valutando i tratti di personalità, gli individui a rischio potrebbero manifestare una combinazione di tratti di personalità ossessivo-compulsiva e perfezionismo, oltre ad una certa nevroticità ed elevata coscienziosità. Ng et al. individuano nella necessità di raggiungere un buon risultato lavorativo un forte elemento predittivo per lo sviluppo della dipendenza.

Anche un senso di inferiorità e bassa autostima potrebbe essere alla base del workaholism, nel momento in cui il lavoratore impieghi il lavoro come strumento di riscatto personale, che diventa misura del proprio valore. Si è ciò che si guadagna, potrebbe pensare un manager.

Valori come il raggiungimento del risultato e l’autodeterminazione sono importanti per comprendere il workaholism.

Soggetti che sostengono fortemente questi valori sono coloro che vogliono raggiungere il successo e diventare famosi, e questo li porta a lavorare eccessivamente per essere all’altezza delle proprie aspettative.

Inoltre, è probabile che il sistema valoriale dell’individuo e le sue credenze portino a sviluppare pensieri automatici come “lavorare mi farà sentire meglio” o “lavorerò duro”.

Una teoria in grado di spiegare l’insorgenza del Workaholism è la così detta “Teoria dell’autodeterminazione” (Self-determination theory), che distingue fra un comportamento motivato solo da pulsioni interne ed uno controllato da fattori esterni. Degli studi suggeriscono che ricompense correlate al lavoro (che fungono, quindi, da motivatori esterni) siano essenziali all’insorgenza della dipendenza da lavoro.

Più recentemente, è stata data attenzione ad un tipo di motivazione meno ovvia, ovvero la “regolazione intrinseca” (introjected regulation); questa deriva dal dover far proprio un sistema di valori e standard fino a quel momento estranei; una volta che tali modelli sono stati internalizzati, gli individui non riescono totalmente ad identificarsi in essi, essendo in disaccordo con i propri valori di base. Secondo van Beek et al. sarebbe proprio questa particolare forma di motivazione ad essere la chiave per predire il workaholism.

Riuscire a far propri gli standard imposti dall’esterno aiuta gli workaholic a migliorare la loro autostima, mentre fallire in ciò induce in loro sentimenti negativi di colpa e vergogna.

Da studiare è anche l’influsso socio-culturale in cui i workaholic sono cresciuti: crescere in famiglie molto rigorose e severe può inculcare fin da piccoli i valori dello sforzo e della disciplina. Inoltre, lo studio di Carrol & Robinson rileva come spesso i bambini adottassero i valori e i convincimenti dei loro genitori, anch’essi workaholic, aumentando in particolare il loro senso di responsabilità e del dovere, rispetto a bambini con genitori normali.

Anche le regole professionali possono svolgere un ruolo nell’indurre il workaholism. In uno studio condotto su lavoratori professionisti e manager, Burke rilevò che i workaholic lavoravano per lo più in aziende con squilibri nel gestire il personale (ad esempio, spostarsi da e verso il posto di lavoro nel fine settimana, assenza di un orario massimale di lavoro, etc). Quindi anche il clima vissuto all’interno dell’organizzazione per cui si lavora svolge un ruolo chiave, che può essere protettivo o addirittura stimolante il workaholism.

TIPOLOGIE DI WORKAHOLIC

Fassel individua quattro tipologie di workaholic: il Lavoratore Compulsivo, caratterizzato da una così forte forma di compulsione verso il lavoro che lo porta ad essere estremamente perfezionista; il Lavoratore Frenetico, che condivide con il profilo precedente l’aspetto della compulsione, ma che tuttavia non risulta stabile nel tempo, variando di intensità e raggiungendo talvolta limiti estremi; il Lavoratore Nascosto, che si caratterizza per la consapevolezza di un rapporto inadeguato verso il proprio lavoro e che tuttavia agisce in modo eccessivo nel lavoro solamente nel momento in cui i suoi comportamenti non possono essere osservabili da altre persone; il Lavoratore Anoressico infine, rifiuta la dipendenza verso il lavoro attraverso strategie di evitamento che tuttavia provoca l’insorgenza di sensi di colpa.

Spence e Robbins hanno individuato, attuando procedure di cluster analysis, diversi profili di workaholism, che derivano dalle combinazioni delle 3 dimensioni concepite dalla Workaholism Battery (WORK-BAT), un test che consente di valutare l’entità del fenomeno.

I profili che ne vengono fuori derivano dalla combinazione di 3 criteri principali:

  • Coinvolgimento nel lavoro (work involvement);
  • Piacere nel lavorare (work enjoyment);
  • Spinta interiore a lavorare (driveness).

In tal modo si individuano:

  • Workaholics (forte coinvolgimento nel lavoro, forte spinta a lavorare, ma bassa soddisfazione);
  • Work Enthusiasts (forte coinvolgimento, alta soddisfazione, ma debole spinta al lavoro);
  • Enthusiastic workaholics (alto coinvolgimento, alta spinta e alta soddisfazione nel lavoro);
  • Unengaged workers (ridotto coinvolgimento, spinta e gioia nel lavorare);
  • Relaxed workers (ridotto coinvolgimento e spinta a lavorare, ma alta soddisfazione)
  • Disenchanted Workers (ridotto coinvolgimento nel lavoro, alta spinta a lavorare, con poco entusiasmo e soddisfazione).

Il profilo più negativo è ovviamente rappresentato dal workaholics, mentre quello del work enthusiasts è molto più vicino al concetto di work engagement, dotato di una connotazione positiva; nel work engagement, il lavoratore riesce ad ottenere ottimi risultati non solo nel lavoro, ma anche negli altri ambiti che lo interessano (famiglia, amici, passatempi, etc).

Schaufeli et al. distinguono invece altri profili, considerando il fenomeno del workaholism solo con una connotazione negativa (non prendono in considerazione l’aspetto del work enjoyment), soffermandosi sugli aspetti delle ore spese in lavoro e sulla spinta compulsiva a lavorare.

Si ottengono così i Workaholics (eccessivo lavoro, che diventa compulsivo), Hard Worker (eccessivo lavoro, ma ridotta compulsione nel lavorare), Compulsive worker (lavoro non eccessivo, ma compulsione a lavorare), Non workaholic (lavoro non eccessivo, assente compulsione a lavorare).

CONSEGUENZE

La work addiction può influenzare negativamente le relazioni personali, il tempo libero e la salute dell’individuo. I sintomi sono simili a quelli che si manifestano in altre dipendenze, fra cui effetti sul tono dell’umore, sulla tolleranza e sul ritiro sociale.

Diversi studi dimostrano che, tra i lavoratori che manifestano stress, i soggetti che presentano una forte compulsione a lavorare riferiscono un incremento dei sintomi fisici e psicologici correlati allo stress, rispetto a coloro privi di tale spinta.

Quindi è possibile che il proprio stile di coping (la propria strategia di adattamento a situazioni avverse) possa definire il legame fra workaholism e salute; più tendiamo a lavorare per un nostro intrinseco senso del dovere, più siamo esposti al rischio di workaholism.

Due studi hanno provato a valutare effetti del workaholism sul sonno. Nel primo, i soggetti con workaholism manifestavano più disturbi del sonno, stanchezza sul lavoro e difficoltà nello svegliarsi, rispetto al gruppo controllo; nel secondo si è dimostrato come la spinta ossessiva a lavorare sia connessa a problemi di insonnia.

Inoltre, diverse ricerche dimostrano come i workaholics manifestino molti conflitti intrafamiliari e una ridotta rete sociale rispetto a soggetti non dipendenti. Poiché il tempo è una risorsa limitata, è ovvio che la dipendenza da lavoro abbia un impatto sulla vita domestica e familiare, soprattutto se il workaholic manifesta una spinta ossessiva a lavorare.

Infatti, la spinta ossessiva a lavorare si è dimostrata essere connessa a una vita sociale più arida, oltre che a un ridotto benessere psicologico e fisico.

CONCLUSIONI

Workaholism è una parola impiegata per descrivere individui dipendenti dal lavoro, che sono così esposti a gravi rischi per la salute (fra cui depressione, burnout, ridotta soddisfazione, problemi familiari e relazionali).

I fattori di rischio della dipendenza derivano dalla combinazione di predisposizione individuale (genetica, biologica, tratti di personalità) e specifici credi e valori del soggetto, derivanti dall’ambiente socioculturale in cui è cresciuto.

Importante è distinguere il workaholism dal fenomeno del work-engagement, per cui spesso è difficile individuare i soggetti in cui il lavoro rappresenta a tutti gli effetti un problema.

Spesso i workaholics hanno una doppia faccia, stacanovista e perfezionista sul luogo di lavoro, assente ed evanescente in famiglia.

Ad oggi abbiamo strumenti che consentono di identificare con una certa precisione i workaholics, fra cui scale psicometriche e test, a cui andrebbero sottoposti i soggetti esposti al rischio di workaholism.

Trattandosi di una problematica complessa, non è stato individuato un trattamento standardizzato per il workaholism; l’ideale sarebbe un intervento integrato, multimodale.

Andrebbe prevista l’integrazione di più approcci:
1) Trattamento farmacologico con un modulatore del tono dell’umore o con un antiossessivo per ridurre la spinta compulsiva al lavoro;

2) La terapia cognitivo-comportamentale rappresenta la psicoterapia più indicata e con maggiore successo;

3) La terapia familiare e di coppia può essere utile per ricostruire la comunicazione, reintegrare la fiducia tra i soggetti e favorire l’intimità tramite la condivisione emotiva;

4) I gruppi di autoaiuto consentono alla persona di sperimentare il senso di appartenenza al gruppo, l’importanza di vivere delle relazioni interpersonali ed instaurare relazioni autentiche.

L’Anonymous Workaholics, che si basa sul protocollo dei 12 passi degli alcolisti anonimi, è accessibile anche attraverso internet o con una linea telefonica di aiuto 24 ore su 24.

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A cura di Gianluca Fiore. Revisionato da Fabio Porru.

 

 

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