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VAN GOGH: SULLA SOGLIA DEL BIPOLARE

di Gianluca Fiore (keyword: bipolare)

“Preferirei morire di passione che di noia”

Vincent Van Gogh

Oggi, 30 marzo, ricorre la giornata mondiale del Disturbo Bipolare, una delle patologie psichiatriche più comuni e impattanti sulla qualità della vita degli individui che ne sono affetti.

Negli Stati Uniti d’America il disturbo bipolare interessa circa l’1% della popolazione, pur manifestandosi in maniera differente a seconda dell’entità.

DEFINIZIONI DEL FENOMENO BIPOLARE

Il disturbo bipolare comprende una serie di segni e sintomi la cui caratteristica principale è rappresentata da cambiamenti del tono dell’umore in senso patologico.

Ognuno di noi può sperimentare delle oscillazioni fisiologiche del proprio tono dell’umore, compresi fra gli estremi di gioia assoluta e tristezza più misera. Tali oscillazioni risentono, solitamente, degli eventi che ci accadono quotidianamente ed hanno un ruolo adattativo: hanno lo scopo di adeguare il nostro stato emotivo al contesto ambientale in cui ci troviamo. Ad un funerale, ad esempio, è facile sperimentare tristezza, mentre ad una festa è probabile che ci si diverta e si provi entusiasmo.

Nel disturbo bipolare queste oscillazioni del tono dell’umore diventano patologiche: sono imprevedibili, incontrollabili, prolungate nel tempo, eccessive. Inoltre, si possono accompagnare a cambiamenti nel modo di pensare e di agire, fino a compromettere del tutto il modo di vivere dell’individuo.

La mania è caratterizzata da un’elevazione del tono dell’umore, che diventa tuttavia estremamente sensibile a stimoli esterni. Spesso è sufficiente un modesto evento stressante per causare rabbia, irritabilità e tristezza, con ritorno nel giro di pochi minuti o ore ad uno stato di totale euforia. Alternativamente, il tono dell’umore prevalente diviene quello della disforia: il soggetto è volubile,  scontroso e aggressivo nei confronti degli altri. Nella fase maniacale il soggetto non riesce a star fermo, è un fiume in piena sul punto di straripare, tanto è carico di energie. Quando sta per manifestare una fase maniacale, inizia a dormire di meno, mangia di più o al contrario molto poco, prova un maggiore desiderio sessuale e non si sente mai stanco. Questo si riflette sul suo funzionamento sociale o lavorativo: è iperattivo, logorroico, si veste in maniera vistosa o bizzarra. Si lancia in vere e proprie “missioni impossibili”, assumendo anche dei comportamenti rischiosi e talvolta illegali (spese esagerate e futili, guida spericolata, gioco d’azzardo, atti osceni e così via).
Spesso nella fase maniacale compaiono quelli che si definiscono “disturbi del pensiero”, come ad esempio il delirio di grandezza: il paziente sopravvaluta le proprie capacità e le proprie risorse, può arrivare a convincersi di essere un personaggio famoso o dotato di particolari poteri.

Nell’episodio ipomaniacale vi è una modesta elevazione del tono dell’umore, chiarezza e positività dei pensieri, incremento delle energie, senza compromissione della funzionalità socio-lavorativa.

La depressione comprende una deflessione del tono dell’umore, che si può associare ad apatia, ipersonnia, clinofilia (il paziente trascorre buona parte della giornata ritirato a letto, riferendo che non ha le forze per fare alcunché). Tali sintomi sono diversi rispetto a quelli provati dal paziente depresso “unipolare”, che più facilmente manifesta tristezza, senso di inutilità e di sconforto, senso di colpa. Spesso, i pazienti con disturbo bipolare che stanno manifestando un episodio depressivo non vengono riconosciuti e sono curati con farmaci antidepressivi, condizione che li pone al rischio di sviluppare una fase maniacale se non adeguatamente trattati con farmaci della categoria degli stabilizzanti dell’umore (come il litio).

Principalmente distinguiamo i seguenti tipi di disturbo bipolare:

  • il tipo I, che prevede lo svilupparsi di fasi maniacali alternate a fasi depressive
  • il tipo II, in cui la depressione si alterna a fasi ipomaniacali
  • il disturbo ciclotimico, in cui le fasi maniacali e depressive risentono dell’alternarsi di periodi temporali, come ad esempio delle stagioni.

CREATIVITÀ: SINTOMO O RISORSA?

L’instabilità del tono dell’umore rende questi pazienti in grado di percepire il mondo e l’ambiente in maniera differente, rendendo ragione della peculiare creatività che caratterizza i bipolari. Addirittura uno studio clinico ha rilevato come l’essere creativi possa correlarsi alla possibilità di sviluppare il disturbo bipolare nel corso della vita, mentre non è associato ad altre patologie psichiatriche, come il disturbo borderline di personalità o la schizofrenia.

La creatività potrebbe essere una risorsa terapeutica per stabilire il regime terapeutico più corretto per i pazienti. Farmaci come gli antipsicotici, il litio o altri stabilizzanti dell’umore potrebbero ridurre la creatività dei pazienti, che devono essere dunque informati circa questo effetto collaterale; soprattutto nelle fasi di maggiore compenso sarebbe auspicabile modificare i dosaggi o le terapie per renderle il più sopportabili possibile. Sarebbe quindi ideale riuscire ad integrare le doti creative del paziente nel processo terapeutico, allo scopo di favorirne l’empowerment e, dunque, aumentare le probabilità di attivarne delle risorse fino a quel momento inesplorate.

VAN GOGH: LE ORIGINI

Così tanti artisti e geni creativi sono passati alla storia per le loro opere. E queste opere, almeno in parte, sono la manifestazione di una patologia che stava esprimendo sé stessa attraverso un vettore unico ed irripetibile. È il caso di Vincent Van Gogh: nel giro di 10 anni, l’artista olandese produsse quasi 900 dipinti, attraversando ostacoli e fallimenti, venne deriso ed isolato; tutto questo gli permise di diventare un pioniere dell’arte moderna.

Una fotografia di Van Gogh da ragazzo mette in luce un’importante asimmetria del volto, evidenziabile anche nei suoi celebri autoritratti: il dottor Gastaut ipotizzò che tale alterazione potesse essere associata ad un danno cerebrale infantile, probabilmente avvenuto al momento del parto. La sua forte sensibilità, che era già presente da ragazzo e diventò spesso ingestibile in età adulta, trova conferma in una sua celebre frase:

Sono un uomo passionale, capace di e incline a imbarcarmi in imprese più o meno insensate di cui poi finisco per pentirmi”.

In questa frase si racchiude il maniacale (mi imbarco in imprese, magari impossibili) e il depressivo (finisco per pentirmi delle mie azioni).

Vincent aveva tre sorelle e due fratelli più giovani. Sia Theo, anche lui affetto da una grave depressione, che Cornelis, il fratello più giovane, morirono di presunto suicidio. Anche la sorella Wilhelmina, cui Vincent scrisse diverse lettere, fu ricoverata in un manicomio, dove le fu diagnosticata la schizofrenia e più tardi morì. Questi aspetti rendono ragione dell’importanza del fattore genetico nel disturbo bipolare, che risulta essere una delle patologie psichiatriche a maggior componente biologica; ancora oggi non si conosce “il gene del bipolare”, ma si suppone che su di una base di predisposizione genetica possano intervenire fattori ambientali in grado di scatenare il processo patologico.

Vincent manifestò un primo episodio depressivo attorno ai 20 anni, in seguito ad una delusione amorosa: per diversi mesi diventò tetro, rinunciò alla vita sociale e comunicò molto poco con la sua famiglia. Per quattro anni, il centro dei suoi pensieri diventò la religione, tanto che perse ogni interesse nei confronti dell’arte. L’esperienza come evangelista terminò con il licenziamento di Vincent, che si rifiutò di cambiare il suo atteggiamento caratterizzato da estrema generosità e tendenza a condividere tutti i suoi beni fino all’impoverimento (considerato dai superiori incompatibile con la dignità ecclesiastica). Questo determinò in Vincent un’ulteriore episodio depressivo.

Dopodiché, abbandonò il credo religioso, aderendo ad ideologie socialiste ed agnostiche.

“Benché io sia cambiato, sono sempre lo stesso. La mia unica preoccupazione è: come posso essere di utilità al mondo?”

Scrisse al fratello Theo in una delle numerose lettere che i fratelli si scambiavano.

All’età di 27 anni, Van Gogh decise di diventare un artista. Dopo qualche anno in Belgio e in Olanda, Vincent si stabilì a Parigi per due anni. Qui conobbe numerosi altri pittori, fra cui Paul Gauguin, venendo fortemente influenzato dall’impressionismo. Proprio qui Van Gogh iniziò a soffrire di attacchi di panico improvvisi, dolore epigastrico e perdita di coscienza; coloro che assistevano a tali crisi riportavano spasmi muscolari iniziali, cui seguiva una fase confusionale e di amnesia.

L’abuso di assenzio, una bevanda alcolica con proprietà convulsive molto diffusa negli ambienti degli artisti, probabilmente giocò un ruolo chiave nel peggioramento della patologia di Vincent; cominciò a diventare sgradevole e iracondo. In questa fase, Vincent viveva col fratello Theo, che lo descriveva così:

Sembra come se vi siano due persone: una, incredibilmente dotata, tenera e raffinata; l’altra, egoista e dal cuore duro. Queste due facce si alternano, in modo che dapprima lo si sente parlare in un modo, poi nell’altro, ma sempre con valide argomentazioni. È un peccato che lui sia nemico di sé stesso, dato che rende la vita difficile sia a sé che agli altri”.

IL PERIODO IN PROVENZA: APICE DEI SINTOMI E DELL’ARTE

Nel 1888 Van Gogh partì per Arles, in Provenza; allora era un artista, anche se non conosciuto ed ancora dipendente dai finanziamenti del fratello Theo. È a questo periodo che risalgono i suoi dipinti più celebri; ed è proprio ad Arles che la sua patologia raggiunse il culmine, con manifestazioni psicotiche. Vincent ricominciò a far abuso di assenzio e cognac, impiegati a scopo “curativo” per placare il suo stato emotivo. Fasi di attività creativa e produttiva si alternavano ad episodi di spossatezza che lo portavano all’esaurimento; allo stesso modo, si realizzavano cambiamenti del tono dell’umore, che andavano dalla disforia alla totale euforia.

Non sono in grado di spiegare esattamente che cosa mi sta succedendo; in alcuni momenti, sono afflitto da attacchi di ansia apparentemente senza alcun motivo, oppure posso provare un senso di vuoto e di fatica… e a volte provo attacchi di tristezza e di atroce senso di colpa”.

Van Gogh diventò incline a comportamenti violenti, oltre provare un desiderio sessuale più forte. Si lamentava spesso di sentirsi scosso, di avere uno stomaco debole e problemi di circolazione. Ad Arles Vincent si sentiva solo, per cui riuscì a persuadere Gauguin a raggiungerlo, per creare insieme uno “Studio del Sud della Francia”. Il rapporto fra i due artisti divenne burrascoso, la visita di Gauguin durò 2 mesi e terminò in maniera catastrofica.

Nel giorno della vigilia di Natale dell’88, dopo che Gauguin annunciò di volersene andare, Vincent provò ad inseguire il suo ex collega con un rasoio ma, incapace di fargli del male, tornò a casa e si tagliò parte del suo orecchio sinistro che offrì in dono a Rachel, la sua prostituta preferita.

Dopo questo evento venne allertata la polizia, che ritrovò l’artista olandese privo di coscienza in casa propria. Van Gogh venne ricoverato in ospedale, dove manifestò un episodio di agitazione psicomotoria, con allucinazioni e deliri che richiesero tre giorni di reclusione in isolamento.

Sono state proposte delle spiegazioni per gli eventi di quella notte. Van Gogh, già in preda ad allucinazioni, potrebbe aver attaccato Gauguin sotto la guida di voci imperative che gli avrebbero ordinato di fargli del male, mentre avrebbe tagliato parte dell’orecchio per evitare di udire ulteriori voci offensive nei suoi confronti. Inoltre, conosceva il rituale della corrida, in cui il matador porta in dono l’orecchio del toro alla sua favorita.

Durante il ricovero, Felix Rey, un giovane psichiatra, diagnosticò l’epilessia di Van Gogh e lo trattò con potassio bromuro. Il pittore si riprese dal suo stato psicotico nel giro di qualche giorno. Il potassio bromuro è stato un rimedio anticonvulsivante ampiamente impiegato fino al 1912, quando venne scoperto il fenobarbital, capostipite dei barbiturici; oggi è ancora usato, sempre a scopo antiepilettico, in ambito veterinario.
Dopo circa 3 settimane dalle dimissioni, Van Gogh fu in grado di dipingere l’autoritratto con l’orecchio bendato e la pipa. Nelle lettere scriveva a Theo:

Le allucinazioni intollerabili sono terminate, si sono ridotte solo a un brutto incubo, credo in seguito all’assunzione del potassio bromuro. Adesso sto piuttosto bene, a parte un certo senso di tristezza difficile da spiegare. Anche se sono assolutamente calmo in questo momento, potrei facilmente ricadere in uno stato di eccitamento per via di una nuova emozione”.

In seguito alla dimissione, nelle quali Van Gogh manifestò altre ricadute con sintomi psicotici, tre delle quali avvenute durante l’anno trascorso presso il manicomio di Saint-Rémy, dove si fece internare nel maggio 1889; almeno due di queste ricadute si verificarono in seguito al consumo di assenzio. L’ultimo episodio psicotico fu il più lungo, durando dal febbraio all’aprile 1890; Van Gogh manifestò tremende allucinazioni ed agitazione. Durante il periodo a Saint-Rémy produsse circa 300 dipinti, fra cui diverse copie di scene religiose, oltre al celebre capolavoro “Notte stellata”.

Verso la fine del 1888 Theo si fidanzò ufficialmente, quattro mesi dopo si sposò e divenne padre all’inizio del 1890. Ognuno di questi eventi coincise con una riacutizzazione dei sintomi di Vincent, il quale vedeva il proprio legame speciale con il fratello minacciato da questa unione. Tuttavia, Theo continuò ad aiutare Vincent, anche dal punto di vista economico.

VOLO DI CORVI: IL PERIODO AD AUVERS E LA MORTE

Nel maggio 1890, Van Gogh fu considerato guarito e si trasferì a nord di Parigi, ad Auvers-sur-Oise, dove trascorse le ultime 10 settimane della sua vita. Proprio Theo aveva suggerito Auvers come meta, poiché lì Vincent avrebbe potuto conoscere Paul Gauchet, dottore ed amico degli artisti. In questo periodo, si astenne dal bere e questo gli evitò l’insorgenza di ulteriori crisi epilettiche ed episodi confusionali. I suoi dipinti cominciarono ad essere notati, tant’è che riuscì a vendere Il vigneto rosso”, l’unico dipinto venduto finché l’artista olandese era ancora in vita. Quando iniziò a venir meno l’aiuto di Theo, che viaggiava in cattive acque dal punto di vista finanziario, avendo speso quasi tutti i suoi soldi per garantire le cure del fratello, Vincent cadde vittima di un grave senso di colpa e lavorò ancora più sodo: durante i suoi 70 giorni ad Auvers completò 70 dipinti e 30 bozze.

A questo periodo risale il celebre dipinto “Campo di grano con volo di corvi”, che commentò “Non è difficile esprimere in questo quadro la mia tristezza e il mio senso di solitudine”; in questo dipinto, i corvi volano in un cielo senza stelle, mentre le tre strade disegnate non portano da nessuna parte.

Vincent prese in prestito la pistola del suo oste “per scacciare i corvi”. Viene riportato un episodio di rabbia nei confronti del Dr. Gauchet, il quale non era riuscito ad incorniciare un dipinto fatto da Guillaumain, come gli aveva chiesto Van Gogh; pare che l’artista armeggiò con la pistola nella tasca, ma alla fine se ne andò. Nell’ultima lettera indirizzata a Theo, Vincent affermava di aver bisogno di altri colori per continuare a dipingere e gli chiedeva aiuto.

Tre giorni dopo, di domenica, Vincent si sparò all’altezza dello stomaco, in un campo poco fuori Auvers. “Non ce la facevo più, così mi sono sparato” disse ad un amico. Morì due giorni dopo, quando il fratello Theo riuscì a raggiungerlo. Si ritiene che “Campo di grano con volo di corvi” sia il suo ultimo dipinto completo.

Nel giro di pochi anni dalla sua morte, Vincent Van Gogh divenne famoso come uno dei più influenti artisti dell’epoca moderna, restando incredibilmente creativo fino al momento della sua morte.

CONCLUSIONI

Vincent Van Gogh è stato uno degli artisti a cui sono state attribuite le più disparate diagnosi: dalla depressione, alla epilessia, alla porfiria, alla malattia di Ménière, e così via. Ciò che è certo è che ci lascia un’inestimabile eredità culturale dalla quale imparare.

Imparare a conoscere e riconoscere un disagio psicologico è fondamentale, affinché si possa parlare sempre con maggiore apertura della malattia mentale. Il giorno in cui si potrà parlare del disturbo bipolare allo stesso modo in cui si parla di ipertensione e diabete sarà il giorno in cui lo stigma sarà abbattuto. E sarà il giorno in cui “i pazzi” non avranno più paura di esserlo.

I pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta è terribile, ma non hanno mai ritenuto questi pericoli sufficienti per trattenerli a riva”. Vincent Van Gogh.

BIBLIOGRAFIA
FILMOGRAFIA CONSIGLIATA

 

 

A cura di Gianluca Fiore. Revisionato da Edoardo Vanetti.

 

 

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