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IL SUICIDIO IN GIAPPONE: LA PECULIARITÀ DEL SEPPUKU

di Gianluca Fiore (keyword: seppuku)

«Come un vecchio albero

da cui non si raccolgono i fiori

triste è stata la mia vita

destinata a non portare alcun frutto»

Minamoto no Yorimasa, prima di commettere Seppuku (1180 d.C.)

L’OMS definisce il suicidio come “un atto di eliminazione di se stessi, deliberatamente iniziato ed eseguito dalla persona interessata, nella piena consapevolezza o aspettativa di un suo risultato fatale”.

In verità, nel corso degli anni, diversi autori si sono scontrati sul fornire una definizione univoca del fenomeno suicidario, provocando talvolta delle dissonanze che non fanno altro che incrementare l’incertezza e la confusione su un fenomeno molto complesso, ad eziologia multifattoriale, nel quale interverrebbe la compartecipazione di fattori biologici, psicologici, sociali, che nel loro insieme sarebbero responsabili della decisione di togliersi la vita.

Nel mondo circa 1 milione di persone commette un suicidio ogni anno (1 decesso ogni 40 secondi) e si stima 1 tentativo di suicidio ogni 3 secondi.
I paesi dell’Europa dell’est e del nord hanno tassi relativamente più alti di suicidio, mentre più bassi sono quelli dell’Europa del sud; vi sarebbe dunque una differenza sostanziale, in parte legata a fattori genetici (si veda la similarità del genoma della popolazione finlandese con quella ungherese, entrambi paesi caratterizzati da elevati tassi di suicidio), in parte a fattori ambientali, psicologici e sociali.

In generale, quindi, il suicidio rappresenta una vera e propria piaga a livello mondiale, tanto che l’OMS prevede che nel 2020 vi sarà un peggioramento del fenomeno suicidario, che porterà dall’attuale milione di morti l’anno al possibile milione e mezzo.

C’è tuttavia da porsi una domanda a questo punto. Fattori di diverso tipo sono alla base dell’intento suicidario, ma è giusto trattare il suicidio come un’unica entità? O sarebbe più opportuno parlare di “suicidi”?

Tale quesito deriva dal fatto che in realtà esistono differenti tipologie di suicidio, ognuna con proprie caratteristiche, che divergono dal concetto classico di suicidio, messo in atto come unica possibile soluzione di una sofferenza ormai insopportabile.

Questa è la versione “occidentalizzata” di suicidio, che rappresenta per gli psichiatri di tutto il mondo una vera emergenza, ancora oggi difficile da prevedere, prevenire ed, eventualmente, trattare in modo adeguato nel momento in cui essa non sfoci in esiti fatali.

La società giapponese non ha mai condannato moralmente il suicidio, che viene considerato un modo onorevole per morire o addirittura una forma di riscatto personale.

A differenza di altre religioni che esercitano una ferrea campagna contro il suicidio, come ad esempio il cristianesimo, che considera il suicidio un gravissimo peccato, in Giappone sia lo shintoismo sia il buddismo non condannano il suicidio; per il buddismo la morte è solo il passaggio da una forma all’altra di esistenza. Proprio per tale ragione, in Occidente, l’essere di fede cristiana viene considerato un fattore protettivo per il rischio suicidario.

IL RITUALE DEL SEPPUKU

Una specifica modalità suicidaria, propria della cultura giapponese, è l’Harakiri o Seppuku.

I due termini sono equivalenti, la principale differenza deriva dal fatto che Seppuku è un termine della lingua cinese, impiegata soprattutto negli scritti; Harakiri è lo stesso concetto espresso in Giapponese, che tuttavia è proprio della lingua parlata. Volendo fare un’analogia con l’occidente, in epoca antica il cinese era la lingua colta (il nostro latino), impiegata nei contesti aristocratici, nella scrittura e durante le cerimonie, mentre il giapponese rappresentava la lingua popolare (il nostro volgare).

Queste sono le parole in ideogrammi e si può notare come essi siano invertiti:

切腹 Seppuku (pronuncia cinese)

腹切 Harakiri (pronuncia giapponese)

Il fenomeno dell’harakiri ha antiche radici storiche: si presume che già dall’anno 1000, in Giappone, la pratica venisse effettuata dai Samurai, o per un senso di vergogna in seguito ad una sconfitta o per evitare una morte disonorevole da parte dei nemici.

Seppuku o Harakiri, letteralmente, significano “Taglio della pancia”, questo per la credenza che l’addome fosse sede dell’anima: attraverso la sua apertura, i guerrieri avrebbero mostrato a tutti coloro che assistevano la purezza del loro animo. Ciò viene spiegato nel libro “Bushido, l’anima del Giappone”; il Bushido rappresenta la via del guerriero e consta di una serie di insegnamenti e principi che il samurai era tenuto a seguire. Fra questi, vi era la concezione del seppuku come metodo di autodeterminazione, che garantiva al defunto onore e rispetto.

Il taglio veniva condotto da sinistra a destra, e poi dal basso verso l’alto (taglio ad L), mentre ci si trovava nella posizione seiza, in ginocchio con le punte dei piedi volte verso l’indietro; questo perché in tal modo il corpo sarebbe caduto in avanti, garantendo la morte onorevole del guerriero.

L’atto dell’harakiri esponeva colui che lo eseguiva ad una morte tremenda e dolorosa, per via del fatto che la morte sarebbe sopraggiunta per lento progressivo dissanguamento; per questo motivo, il Samurai veniva assistito da un suo fedele compagno, il kaishakunin, solitamente il migliore amico, al quale si richiedeva la massima abilità e concentrazione nell’utilizzo della spada, con la quale avrebbe decapitato il Samurai, rendendogli la morte indolore.
Una vera e propria forma di suicidio assistito.

Il Seppuku è quindi un rituale che deve essere portato a termine con la massima precisione e rispetto della tradizione: il Samurai commette harakiri con la wakizashi, viene affiancato da una figura cerimoniale, quella del kaishakunin, alla fine dell’atto l’onore del guerriero viene conservato.

Wakizashi è la lama detta “la guardiana dell’onore”, dalla quale il Samurai non si separa mai, nemmeno durante le cerimonie e gli eventi di gala; la wakizashi era posta al davanti del ventre, proprio perché era a guardia del proprio onore, e cioè della propria anima.

IL SIGNIFICATO DEL SEPPUKU

Nella sua forma idealizzata, il seppuku era un atto che simboleggiava la risoluzione di fronte alla morte. Per la classe dei guerrieri samurai “il significato della vita risiedeva nell’abilità di ognuno di comprendere quale fossero il momento e il posto giusto per morire”. In “Hagakure: il libro del samurai” è possibile leggere come la via del samurai si ritrova nella morte, nell’accoglierla giorno dopo giorno, fino ad abituarsi all’idea di dover morire.

Porre tanto valore nella prontezza alla morte è comprensibile per una classe di guerrieri, il cui scopo supremo era quello di servire il loro Signore durante la guerra (il significato letterale di Samurai è “servire la nobiltà”). Per un Samurai, la morte in battaglia rappresentava il più alto degli onori.
Allo stesso modo, l’atto del Seppuku era condotto dal samurai come uscita di scena onorevole di fronte ad una sconfitta, o come atto di redenzione per i propri crimini. Commettere un suicidio in questo modo significava affermare che la vita ruotasse attorno a nobili ideali, come la lealtà, la giustizia, il dovere, l’onore, come dimostrato dal termine che indica il suicidio volontario, jiketsu (“auto-determinazione”).

Il buddismo ha senz’altro favorito il fenomeno del seppuku, tanto da diventare estremamente diffuso nell’era dei samurai; le idee di impermanenza del corpo, dell’illusoria natura del Sé, e il distacco dal concetto dualistico vita-morte, avevano un enorme potere sui guerrieri dell’epoca.
Lo studio del buddismo, che non vietava il suicidio, né prometteva una vita dopo la morte, era d’aiuto ai samurai a non temere la morte, anzi, la pratica del Seppuku rappresentava il modo in cui i samurai sarebbero stati in grado di padroneggiare la loro paura.

Vi è dunque un ribaltamento del concetto di vita e morte nell’Harakiri; la morte viene autoinflitta in quanto garante di integrità dell’individuo, che attraverso essa potrà preservare il suo onore. La morte non viene temuta in quanto tale, si preferisce questo destino a quello cui può essere destinato il ronin, letteralmente “uomo alla deriva”; i ronin erano samurai che non avevano più un signore da servire o che ne perdevano la fiducia. Erano dei reietti, tanto che ancor oggi il termine viene impiegato per indicare lo studente che non riesce a superare il test di ingresso all’università.

Proprio i ronin, tuttavia, rappresentano un esempio di suicidio di massa rimasto nella storia, e che ancor oggi viene commemorato il 14 dicembre in Giappone e celebrato nella Chūshingura, forse l’opera teatrale più celebre di tutta la cultura giapponese.

Ci si riferisce alla vicenda dei 47 ronin, che vendicarono l’onore del loro padrone, Asano Naganori, costretto al seppuku in seguito ad un duello avvenuto all’interno del palazzo dello shōgun.

La vendetta avvenne 2 anni dopo la morte di Asano, nel 1702.

Dopo aver sbaragliato le forze del “mandante” del seppuku, Kira Yoshinaka, e averlo ucciso, i 47 ronin si consegnarono alle autorità, in attesa del giudizio. Lo Shogun dell’epoca condannò tutti i ronin al Seppuku (un onore, dunque), mentre solo ad uno venne concessa la grazia, in modo da tramandare quanto accaduto.

La pratica del Seppuku era dunque una metodica tutta al maschile, propria dei guerrieri samurai. L’equivalente femminile era il Jigai, che consisteva nella lacerazione di arteria carotide e vena giugulare, perpetrato per mezzo del tantō, una lama di 15-30 cm (impiegata anche da Madama Butterfly, nell’omonima opera di Puccini). Al contrario del Seppuku, la pratica dello Jigai poteva essere condotta in solitaria, per permettere alle donne di non finire nelle mani del nemico ed evitare violenze e stupri, che le avrebbero disonorate.
Era, inoltre, prassi comune quella di insegnare la pratica anche ai bambini più piccoli, di modo che, qualora i nemici fossero penetrati nell’abitazione, la madre e i figli avrebbero potuto commettere veri e propri suicidi di gruppo, per evitare di essere catturati, deportati e disonorati.

COSA RESTA DEL SEPPUKU

Mentre in passato queste pratiche di suicidio erano considerate “canoniche”, oggi è molto più difficile osservarle e rappresentano solo una piccola percentuale di tutti i suicidi. Proprio per questo, la letteratura si arricchisce periodicamente di case-report che guardano con curiosità questa pratica, che ancor oggi è difficile da inquadrare come un suicidio canonico, avendo alla base delle motivazioni peculiari.

Oggi il seppuku non si limita più ad essere un suicidio rituale, ma si verifica in contesti svariati, includendo come motivazioni vergogna, disperazione, panico, protesta, patriottismo, narcisismo, vendetta, odio e amore, senza ovviamente citare i casi di vere e proprie patologie psichiatriche. Secondo Joseph M Pierre, queste rappresenterebbero delle forme spurie di seppuku, che non dovrebbero essere citate con questo nome, ma semplicemente come suicidi per accoltellamento all’addome; questo perché le motivazioni alla base del seppuku sono ben specifiche, e sarebbe come “paragonare il banchettare con creakers e vino con il cerimoniale dell’eucarestia”.

Nonostante l’abolizione della classe samurai, la proibizione di portare con sé le spade, e la resa illegale della pratica del seppuku nel 1837, questa viene ancora vista nella moderna cultura giapponese come un atto di coraggio, onore e sacrificio.

Nel secolo scorso, l’ideale samurai e il seppuku furono nuovamente esaltati durante un periodo di nazionalismo patriottico, corrente preminente nella Seconda guerra mondiale. In quel periodo, i soldati giapponesi preferivano la morte all’arrendersi ai soldati nemici.

Lo spirito del seppuku, anche se non eseguito secondo tradizione, era incarnato anche dai kamikaze che, affrontando la sconfitta al termine della guerra, pilotavano deliberatamente i loro areoplani contro le flotte nemiche.

Sono riportati casi di suicidi di massa per seppuku nel 1945, come segno di vergogna per aver perso la guerra. Nel 1970, il celebre scrittore Yukio Mishima (Fig. 3) commise il seppuku in un atto di protesta politica, che aveva lo scopo di ispirare un ritorno del nazionalismo; Mishima si era più volte rifatto agli ideali samurai nei suoi lavori, e si era allenato nell’arte della spada divenendo un ottimo spadaccino, oltre ad aver scritto in maniera specifica sull’onore conferito dal seppuku in un’opera chiamata “Patriottismo”.

«La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre»

 Yukio Mishima, biglietto d’addio lasciato prima del suicidio rituale, 25 novembre 1970.

Oggi il seppuku rappresenta un retaggio culturale, dato che il tasso di suicidi per accoltellamento dell’addome è compreso fra lo 0.2-4.5% di tutti i suicidi; nonostante ciò, il tasso di suicidi globale in Giappone resta altissimo, tanto da essere definita “la nazione dei suicidi”.

Kato et al., in uno studio retrospettivo, hanno valutato quali fossero le caratteristiche dei pazienti che tentano il seppuku, confrontandoli con un secondo gruppo controllo, che aveva tentato il suicidio con altre metodiche (in senso decrescente overdose da droghe, ingestione di tossici, gettarsi da grandi altezze, impiccagione, intossicazione da CO, combustione, annegamento).
Del campione complessivo, costituito da 647 pazienti, solo 25 (3.9%) avevano provato a suicidarsi per harakiri. Dato interessante è che il rapporto uomini-donne fosse a favore degli uomini nel gruppo del tentato harakiri (verosimilmente legato al retaggio storico che vede questa metodica essere ad appannaggio della classe guerriera dei samurai); inoltre, si nota come la proporzione dei pazienti con disturbi dell’umore fosse molto più alta nel gruppo degli harakiri rispetto ai controlli, tanto che la scala Hamilton per la depressione (HAM-D17) mostra come il senso di colpa fosse estremamente più alto nel primo gruppo.
Inoltre i pazienti con tentato seppuku hanno tempi di degenza media più lunghi, in quanto sono pazienti instabili che richiedono un trattamento chirurgico, e che devono essere sottoposti a trattamenti riabilitativi post-operatori.
Nel gruppo degli harakiri, 15 pazienti hanno provato ad eseguirlo con un coltello da cucina (60.0%), 8 con un coltello con lama a doppio filo (32.0%), e solo un paziente ha utilizzato la katana (4%).

Si può notare, dunque, come la tradizione della metodica sia venuta meno, e bisognerebbe chiedersi se effettivamente è corretto considerare questi tentativi di suicidio come dei veri seppuku o semplicemente dei tentati suicidi per accoltellamento dell’addome.

Morita et al. valutano, nel loro studio retrospettivo, come i tentati suicidi da accoltellamento dell’addome siano molto più frequenti in Giappone rispetto ad altri paesi e cercano di individuare caratteristiche differenziali fra casi di accoltellamento e quelli di vero e proprio Harakiri. In particolare, si può notare come nel gruppo degli harakiri le zone più colpite siano costituite dal mesogastrio, fianco destro e sinistro, mentre nel gruppo controllo le zone di maggior riscontro siano la regione periombelicale e quella epigastrica.
Inoltre, l’harakiri è associato a complicanze più severe, quali il coinvolgimento delle anse dell’intestino tenue, del mesentere, del grande omento, oltre alla lacerazione di vasi che comprometterebbero la vascolarizzazione di più organi vitali. Quindi il seppuku va considerata una metodica ad elevata letalità.

La metodica del seppuku viene sorpassata da nuove forme di suicidio, che sono simili al seppuku per le motivazioni che ne sono alla base: parliamo del inseki jisatsu (suicidio per responsabilità) e del karo jisatsu (suicidio da troppo lavoro).

Inseki jisatsu è una forma di transizione che rappresenta il prendersi la responsabilità per un proprio fallimento, come in un caso di un dirigente scolastico che si suicidò dopo che uno studente morì sul territorio scolastico; karo jisatsu si riferisce invece al suicidio che si verifica in contesti di superlavoro e che si accompagna tipicamente alla sindrome del burn-out.

CONCLUSIONI

L’alto tasso di suicidi nella popolazione generale in Giappone suggerisce che il suicidio in particolari circostanze mantiene il retaggio culturale del seppuku, ma come rituale esso è ormai sorpassato. Senza l’aiuto del kaishakunin, l’atto del pugnalarsi esita più frequentemente in un tentato suicidio piuttosto che nella riuscita dello stesso.
Al di fuori dell’inseki jisatsu, le motivazioni originarie e tradizionali del seppuku sono andate perdute, per cui c’è stato un viraggio dalla visione del suicidio come atto di libertà e autodeterminismo, tipica della tradizione giapponese, ad una versione “occidentalizzata” dell’atto, con significati ben differenti.

Questa nuova visione del suicidio ha permesso l’incremento delle pratiche di psicoeducazione, prevenzione ed implemento dei servizi di salute mentale attivi in Giappone.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Gianluca Fiore. Revisionato da Fabio Porru.

 

 

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