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Assenza gravità | Biochronicles

Spazio e assenza di gravità… effetti sulla salute

Finalmente dopo circa 200 giorni di permanenza sulla International Space Station (ISS), l’astronauta Samantha Cristoforetti è tornata a casa. Per lei ed il resto dell’equipaggio inizia il processo di riadattamento alla gravità del pianeta. Ma quali sono gli effetti di questa lunga permanenza nello spazio sul corpo?

SPAZIO, ULTIMA FRONTIERA… PER IL NOSTRO CORPO

Tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo sognato di fare un viaggio nello spazio, per esplorarlo, per colonizzarlo o per combattere epiche battaglie in stile Guerre Stellari ma la realtà è ben diversa. Al momento, i maggiori rischi di una permanenza al di fuori del nostro pianeta non coincidono con l’incontro di razze aliene ostili, il perdersi nell’universo o essere attaccati da un Impero Galattico. Uno dei principali problemi è l’adattamento del nostro corpo alle condizioni che ritroviamo al di fuori del nostro pianeta. L’essere umano infatti si è evoluto adattandosi all’atmosfera e al campo gravitazionale terrestre, pertanto la permanenza al di fuori di esso comporta determinate conseguenze.

Astronauta | Biochronicles
SINDROME DA ADATTAMENTO ALLO SPAZIO

Questa Sindrome dura solo alcuni giorni. Uno dei suoi sintomi è la nausea, che oltre ad essere sgradevole è un reale problema che potrebbe addirittura, causare lo strozzamento dell’astronauta. Soprattutto in caso egli dovesse rigettare all’interno della tuta, magari mentre si trova all’esterno dell’astronave. Infatti ritrovarsi in assenza di gravità con il vomito, non è molto simpatico. Di conseguenza, al fine di evitare tale problematica, vengono forniti antiemetici per gli interventi al di fuori dell’ astronave e gli astronauti vengono addestrati in assenza di peso prima di essere mandati nello spazio.

Tra gli altri sintomi possono esserci: allucinazioni (quindi forse qualche extraterrestre riusciamo a vederlo), disorientamento, letargia e mal di testa. Dopo circa 72 ore il corpo inizia ad abituarsi all’assenza di peso e la sindrome sparisce. I sintomi di questa sindrome sono misurati tramite la Scala Garn. Durante una missione dello Space Shuttle Discovery, l’astronauta da cui prende il nome questa scala incorse in questi sintomi, raggiungendo il livello 13 di tale unità di misura (Wired 2012).

EFFETTI A LUNGO TERMINE

Dopo essersi adattati alla vita in assenza di gravità, si deve affrontare ciò che la prolungata permanenza in questo stato comporta. I fluidi corporei, tra cui il sangue, non si trovano più nelle condizioni di dover vincere la gravità per poter tornare indietro, quindi riescono a muoversi più liberamente andando a concentrarsi nel busto e nella testa. Questo fenomeno provoca la “Puffy Face” ovvero la faccia si gonfia, gli occhi tendono a diventare rossi, sopraggiunge mal di testa e uno stato congestionale conferendo un aspetto un po’ più grassottello (Canadian Space Agency). Vi sono degli effetti anche sul sistema immunitario, che risulta più debole a causa di una minor produzione di Linfociti T, con il rischio di un aumento di malattie infettive dovuto al minor numero di Linfociti presenti nell’organismo (Discovery Channel). Lo sviluppo di malattie è inoltre aggravato dalla minor efficacia degli antibiotici che sono somministrati con le concentrazioni utilizzate sulla Terra, di conseguenza le dosi andrebbero modificate ed adattate per poter agire in modo completo. Infine tra le altre complicanze più conosciute dovute alla permanenza prolungata nello spazio, ricordiamo la perdita di massa ossea e muscolare, la cecità spaziale, l’esposizione alle radiazioni e alle polveri.

PERDITA DI MASSA OSSEA E MUSCOLARE

Durante una lunga permanenza nello spazio gli astronauti perdono in media l’1% della massa ossea per ogni mese di permanenza. Diversi studi svolti sugli osteoblasti, le cellule del sistema scheletrico addette alla neoformazione del tessuto osseo tramite il riassorbimento di minerali (tra cui il calcio) dal circolo sanguigno, hanno dimostrato una possibile correlazione del fenomeno con una minor produzione di citochine e fattori di crescita scheletrici, mediatori del ciclo di rinnovo delle ossa (Harris, et al., 2000). La massa muscolare come quella ossea tende a diminuire, a causa dell’assenza di gravità che sottopone il corpo ad una minore attività fisica indirizzando i muscoli verso l’atrofia, colpendo particolarmente le gambe (Canadian Space Agency).

L’atrofia muscolare provoca un aumento del rischio di tendiniti, accumulo di grasso e difetti della postura che portano il corpo ad ingobbirsi come quasi ad assumere una posizione fetale. Il rilassamento dei muscoli addominali causa anche un simpatico fenomeno di rilascio di gas intestinali chiamato flatulenza dell’astronauta.

LA CECITA’ SPAZIALE

L’origine della cecità spaziale, non è stato ancora compreso in modo certo, ma si ritiene che sia causata da un aumento dei fluidi all’interno del cranio. L’aumento di afflusso di fluidi al cranio provoca un aumento della pressione intracranica che andrebbe a comprimere il nervo ottico provocando il papilledema (Wired 2012). Questo disturbo provoca un graduale calo della vista che può portare fino alla cecità completa, una prospettiva non molto esaltante se si pensa di raggiungere un pianeta lontano e di arrivarci magari ciechi.

RADIAZIONI E POLVERI

Viaggiando nello spazio si è sottoposti a radiazioni e tempeste solari che possono rappresentare un rischio molto importante in caso di un lungo viaggio. Tutti sappiamo che un’esposizione cumulativa di radiazioni aumenta sensibilmente il rischio di sviluppo di tumori. Quindi la National Aeronautics and Space Administration (NASA) oltre a proteggere gli astronauti dalle radiazioni, stabilisce un numero massimo di giorni di permanenza nello spazio (268 giorni per l’uomo e 159 per la donna) in modo da minimizzare i rischi di salute. Le radiazioni però non rappresentano l’unico pericolo di questo genere di viaggi, la polvere presente sui pianeti può essere potenzialmente letale per il nostro organismo.

La polvere lunare chiamata regolith può provocare irritazione degli occhi e della pelle oppure se respirata causare silicosi e quella presente su Giove, ricca di ossido di ferro invece potrebbe secondo alcuni ricercatori corrodere la pelle umana (Wired 2012).

La lunga permanenza nello spazio è una sfida estrema per il nostro organismo che non è abituato alle condizioni al di fuori della nostra atmosfera, si è evoluto in un ambiente in presenza di gravità ma nonostante ciò si è dimostrato capace di adattarsi. Dopo aver letto questo articolo sicuramente ti verrà spontaneo pensare che gli astronauti che in futuro sbarcheranno su Marte, lo faranno ciechi, strisciando, con diversi tumori ed in caso siano ancora vivi, moriranno a causa delle polveri del pianeta. L’articolo ha lo scopo di informare sui rischi che corrono gli astronauti attualmente, e metterti a conoscenza che esistono ricerche che stanno risolvendo questi problemi per preservare la salute umana. Quando l’uomo arriverà su Marte, lo farà minimizzando i rischi per la propria salute e non in fin di vita, grazie al supporto della tecnologia, dell’esercizio fisico e della scienza medica.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Nicholas Corneli. Revisionato da Lorenza Moscarella


About the Author : Nicholas Corneli

Biotecnologo farmaceutico estroverso e curioso. Appassionato di tecnologia, fanatico di film ed accanito lettore.

5 Comments
  1. Marino 22/08/2015 at 09:29 - Reply

    Sai come mai si ė fatta un’eccezione per Kornienko e Kelly che rimarranno sulla ISS per un anno?

  2. Nicholas Corneli 22/08/2015 at 10:01 - Reply

    La permanenza prolungata di Kornierko e Kelly deriva dall’esigenza di raccogliere più informazioni possibili sul comportamento del corpo in assenza di peso e microgravità per periodi molto lunghi in quanto vi è la possibilità di effettuare missioni esplorative che supererebbero l’orbita lunare e di conseguenza gli astronauti rimarrebbero lontani dalla Terra per un anno o più.

  3. Marino 22/08/2015 at 10:30 - Reply

    Se non sbaglio è gemello di Mark che rimane a terra e forse é questa la cosa interessante, confrontare possibili differenze su due “campioni” esposti ad ambienti diversi?

  4. Nicholas Corneli 22/08/2015 at 10:38 - Reply

    Si Scott e Mark sono gemelli, quindi anche questo confronto potrebbe darci delle informazioni più interessanti e precise sulle effettive conseguenze della permanenza prolungata nello spazio. Diciamo che il gemello forse potrebbe rappresentare un campione di controllo.

  5. Paolo Bodoano 15/05/2017 at 17:42 - Reply

    A quale distanza è il primo pianeta abitabile, e quando sarà raggiungibile ?

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