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Il male incurabile | Biochronicles

Cancro, il male incurabile

APPROCCI RIVOLUZIONARI

Il tumore è la patologia più temuta dall’essere umano. Ognuno di noi ha le stesse probabilità di ammalarsi, come in una macabra lotteria che non ammette vincitori, ma solo vinti. Fortunatamente la medicina e la ricerca hanno permesso di fronteggiare la malattia in un’ottica più ottimistica rispetto al passato.
Il tumore può essere suddiviso in due categorie fondamentali:

  • Tumore benigno: limitato al tessuto di genesi; raramente costituisce un pericolo per la vita del paziente.
  • Tumore maligno o Cancro: può invadere altri tessuti lontani da quello di origine formando metastasi e mettere in pericolo la vita del paziente.

COME SI GENERA IL TUMORE?

Il caso ha un effetto molto importante in questo processo. Di norma, nel corpo umano, le cellule di quasi ogni tessuto vanno incontro ad un processo di proliferazione attraverso la mitosi. In condizioni fisiologiche il corpo è programmato per mantenere un certo equilibrio tra la generazione di nuove cellule e la morte programmata di altre, invecchiate o non più funzionali, per apoptosi. Tuttavia, il meccanismo non è infallibile e l’errore più comune può essere dovuto a una mutazione del DNA (AIRC, 2015; Albanese, 2015; Angelini, 2007). Spesso quest’alterazione del materiale genetico si innesta a livello dei così detti proto-oncogeni. Tali proto-oncogeni, a seguito di mutazione, si trasformano in oncogeni e interferiscono su fattori deputati al controllo del ciclo cellulare. Un esempio è dato dall’oncogene SIS, codificante per il fattore di crescita delle piastrine (PDGF), ma anche potente mitogeno di cellule mesenchimali come i fibroblasti. Le cellule mutate nel locus del gene SIS subiscono una trasformazione causata da una stimolazione autocrina: secernono, cioè, un fattore di crescita cui esse stesse rispondono. In pratica, risultano continuamente a contatto con un fattore che induce la loro proliferazione (Watson, et al., 2008).

Altri fattori scatenanti del tumore possono derivare dall’ambiente: continue esposizioni a sostanze nocive, come amianto e benzene; stile di vita scorretto e abitudini malsane come il fumo; infezioni parassitarie e virali; ma anche agenti fisici come le radiazioni ionizzanti (Cleaver, et al., 2000; IARC, 2011; Little, et al., 2000).

cellule tumorali | Biochronicles

Questi fattori possono comportare alterazioni dell’omeostasi della cellula con conseguente divisione mitotica incontrollata e formazione di neoplasie.

Le cellule tumorali sono pericolose perché si possono riprodurre in maniera incontrollata e spostarsi in altri organi invadendoli. Tali cellule, inoltre, sono in grado di vivere a basse concentrazioni di ossigeno. Infatti, se un tumore si origina lontano dai vasi sanguigni, le sue cellule diventano ipossiche e  sopravvivono in un ambiente povero di ossigeno (Albanese, 2015).

È possibile affermare che la formazione di cellule tumorali sia un evento previsto dalla natura.

Infatti, molto spesso, in ogni organismo si verificano diverse degenerazioni di cellule sane in cellule maligne, senza necessariamente sviluppare una qualsivoglia forma di cancro (Albanese, 2015). Ciò è dovuto alla presenza dei geni soppressori del tumore, ossia geni codificanti proteine che inibiscono la proliferazione cellulare. Un esempio è il gene p53, un fattore di trascrizione attivato da ipossia. La sua funzione principale è di riparare mutazioni a livello del DNA, oppure, se il materiale genetico è irreparabile, di dare inizio alla morte cellulare per apoptosi. Tuttavia i geni soppressori sono un’arma a doppio taglio: se sottoposti a mutazione non difendono più le cellule, lasciando proliferare il tumore.

Questo evidenzia la possibilità di avere una componente genetica nello sviluppo del cancro. Le mutazioni a livello dei geni soppressori possono essere trasmesse alla progenie (Watson, et al., 2008; Watson, et al., 2015).

Un altro meccanismo di difesa dell’organismo umano è rappresentato dal sistema immunitario. Infatti, i linfociti T sono ritenuti i principali responsabili del riconoscimento diretto e della soppressione della cellula tumorale. In particolare, ciò avviene in seguito al riconoscimento degli antigeni tumore-associati (ATA). Tali antigeni sono peptidi derivanti da proteine presenti nelle cellule tumorali che, quindi, possono essere riconosciute dai recettori di superficie delle cellule T. Gli antigeni riconosciuti dai linfociti T non sono necessariamente proteine di superficie, ma anche proteine intracellulari o intranucleari.

Apparentemente meno efficaci dei linfociti T, anche i macrofagi, un’altra popolazione di cellule del sistema immunitario, possono uccidere specifiche cellule tumorali se attivati dalla presenza di ATA o di altre molecole come l’interferone (MSD Italia, 2014).

Sembra, dunque, che l’organismo umano si sia attrezzato nel migliore dei modi per difendersi dal cancro. Tuttavia questo non basta. Serve un aiuto dall’esterno, che spesso si traduce in interventi chirurgici, ma non solo. Spesso il cancro non può dirsi battuto con un’operazione: serve un trattamento farmacologico specifico, che permetta la completa guarigione del paziente.

CHEMIOTERAPIA

Il trattamento più diffuso è, sicuramente, la chemioterapia. Si tratta della somministrazione di farmaci, spesso per via endovenosa, che aggrediscono i tessuti in proliferazione (antracicline, taxani, derivati del fluoro e del platino).

Il grande difetto dei chemioterapici, però, è la non-specificità. Infatti, tali farmaci non attaccano solamente le cellule cancerose, ma anche tutti gli altri tessuti sani in replicazione, come le mucose delle vie gastrointestinali, i follicoli piliferi e il tessuto emopoietico.
L’effetto è la neutralizzazione del tumore, ma anche un indebolimento del sistema immunitario del paziente (AIRC, 2015).

Per questo motivo, la ricerca si sta sempre di più spostando verso tecniche meno invasive, ma comunque efficaci. Dal 2013 si è iniziato a guardare al cancro come ad un’infezione.

La risposta della scienza è stata l’immunoterapia: attivare il sistema immunitario del paziente stesso contro le cellule tumorali in proliferazione.

chemioterapia

 TRE APPROCCI FONDAMENTALI

  • Intervento su checkpoint immunitari, vie metaboliche che normalmente inibiscono l’azione delle cellule del sistema immunitario per impedire risposte autoimmuni. Questi meccanismi sono attivati attraverso due recettori, chiamati CTLA-4 e PD-1, presenti sui linfociti T. Le terapie immunologiche prevedono la somministrazione di particolari agonisti che competano con tali ligandi. In questo modo i linfociti T, non inibiti, sono liberi di attaccare le cellule tumorali.
  • Somministrazione di anticorpi monoclonali in grado di rendere il tumore più visibile al sistema immunitario del paziente. Gli anticorpi monoclonali possono anche agire bloccando fattori di crescita, impedendo così al tumore di diffondersi.
  • Utilizzo di vaccini anti-cancro. In questo caso, più che di cura, si parla di vera e propria prevenzione. E’ sicuramente la via più innovativa azzardata dai ricercatori, ma anche quella che sembra essere più promettente. Un esempio di questa tecnica rivoluzionaria è il lavoro pubblicato su Journal of Experimental Medicine: un gruppo di ricercatori americani ha compreso che le cellule tumorali, come ogni altra cellula nel nostro corpo, accumulano mutazioni genetiche. Questo può causare la formazione di nuove proteine, alcune delle quali possono essere riconosciute dai linfociti T. Tali proteine (neoepitopi) possono essere sfruttate dai ricercatori per creare un vaccino (Ballone Burini, 2014; Barus, 2013; Codignola, 2013; Lega svizzera contro il cancro, 2015; Martinella, 2013; Montebelli, 2014; Piemontese, 2015; Treccani, 2010).
immunoterapia

Il problema principale dei vaccini anti-cancro è che le nuove proteine create sono diverse centinaia, e tra queste bisogna trovare quelle poche in grado di attivare una risposta immunitaria. La formazione di interazioni stabili peptide-MHC è una delle modalità utilizzate per il riconoscimento di tali proteine.
Il complesso maggiore di istocompatibilità (MCH), è un gruppo di geni polimorfici, costituito da trenta unità, che codificano per proteine espresse sulla membrana cellulare e che hanno il compito di presentare antigeni proteici ai linfociti T. Sostanzialmente, il complesso MHC presenta gli antigeni al sistema immunitario di un soggetto, che, se riconosce tali antigeni come estranei, attiva una risposta immunitaria (MSD Italia, 2014).

Oggi, grazie alla medicina e alla ricerca, si guarda al cancro con meno timore. Certo, basta ancora solo la parola per preoccuparci, ma i passi avanti sono innegabili: l’indice di mortalità va sempre più abbassandosi, mentre l’indice di sopravvivenza è sempre più in aumento. Si pensi che, in Italia, il 55% degli uomini e il 63% delle donne sconfigge la malattia. Percentuali che si alzano esponenzialmente, se si considerano tumori molto frequenti come quello alla mammella (87%) e alla prostata (92%). Insomma, chi è malato non è condannato (AIRC, 2015).

In tale scenario il ricercatore deve rapportarsi non solo con un problema scientifico, ma anche morale e sociale. Egli, certamente, risente del peso delle migliaia di persone che ogni anno si vedono diagnosticato un tumore. Per tanto non cerca solamente una cura, ma anche una speranza. La speranza di poter sconfiggere definitivamente questa malattia.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Matteo Bizzotto. Revisionato da Anna Napolitano


About the Author : Matteo Bizzotto

Studente di biotecnologie. Appassionato di ricerca. Intraprendente. Carismatico.

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