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NON SAPEVO DI ESSERE INCINTA: LA NEGAZIONE DI GRAVIDANZA

di Gianluca Fiore (keyword: negazione di gravidanza)

La gravidanza è un periodo molto complesso e ricco di trasformazioni nella vita di una donna. Nel corso dell’intera gestazione, la futura mamma si confronterà con numerosi cambiamenti, fisici e mentali, che la porteranno a vivere l’esperienza unica della maternità.

Non tutte le gravidanze sono uguali: ognuna presenta delle peculiarità, ogni donna può raccontare vissuti unici e irripetibili che hanno caratterizzato 9 mesi molto particolari della propria vita.

Eppure, vi sono casi in cui la donna non è consapevole della propria gravidanza. Addirittura, in alcuni casi eclatanti, il parto coglie di sorpresa la donna, totalmente ignara del fatto di essere incinta.

Da qui i famosi programmi televisivi sensazionalistici o i numerosi articoli di giornale che raccontano le vicende di queste pazienti che arrivano al parto senza aver contezza della propria situazione.

Scopo di questo articolo è cercare di approfondire il fenomeno in questione, definito Negazione o Diniego di gravidanza, individuare le cause e le possibili soluzioni a tale evento, ancor oggi poco conosciuto anche dai medici e dagli operatori sanitari in genere.

NEGAZIONE DI GRAVIDANZA: DEFINIZIONE E CLASSIFICAZIONI DEL FENOMENO

In ambito psichiatrico, la negazione è un meccanismo difensivo con il quale si cerca di sfuggire a stati d’animo di sofferenza, negando la realtà spiacevole che ha provocato lo stato di disagio.

Per negazione di gravidanza si intende l’inconsapevolezza di essere incinta, da parte della madre, superate le prime 20 settimane di gestazione, quindi i primi 5 mesi circa.

Si è impiegato questo parametro temporale dal momento che nessuna donna, all’inizio della gestazione, è certa di essere incinta: spesso sintomi come le nausee mattutine, l’amenorrea (assenza del ciclo mestruale) o l’oligomenorrea (cicli mestruali molto irregolari), l’aumento di peso possono essere attribuiti ad altre cause e passare inosservati. Qualora dovessero perdurare, sarà il test di gravidanza o una visita ginecologica a chiarire il dubbio e svelare l’eventuale gravidanza in corso.

Wessel distingue una forma di negazione totale, che perdura per tutti i 9 mesi di gravidanza fino al momento del parto improvviso, ed una forma parziale, che quindi si interrompe, ad esempio, in seguito ad una visita ginecologica o medica condotta per altre ragioni.

Spievogel distingue una negazione di gravidanza di tipo “psicotico” da una forma “non psicotica”; nel primo caso, si tratta di pazienti affette da patologie psichiatriche gravi, come la schizofrenia, il disturbo delirante, il disturbo bipolare; le forme non psicotiche sono quelle che si verificano in donne altrimenti sane, prive di altre patologie fisiche o mentali.

Miller, nel libro “Infanticide: Psychosocial and legal perspectives on mothers who kill”, analizza il rapporto fra la negazione di gravidanza e l’infanticidio, ed individua 3 specifiche forme di negazione:

  • Affettiva: la donna è consapevole di essere incinta da un punto di vista razionale, ma dal punto di vista emotivo non riesce a connettersi con il bambino che porta in grembo, con il quale non stabilisce alcun legame;
  • Pervasiva: la donna è inconsapevole sia dal punto di vista razionale che emotivo di star conducendo una gravidanza;
  • Psicotica: la donna è una paziente con storia di psicosi croniche, in cui il contatto con la realtà viene a mancare a causa della patologia psichiatrica di base.

Vi sarebbe quindi un vero e proprio “spettro” di negazione, che andrebbe da una forma meno intensa, quella affettiva – in cui la cognizione di essere incinta c’è, ma quello che manca è il legame emotivo materno-fetale – passando per la forma pervasiva, per poi terminare in quella psicotica, in cui la frattura con la realtà impedisce alla donna di rendersi conto della gravidanza in corso.

Spesso la negazione è “condivisa”, nel senso che non è la sola donna a non accorgersi di nulla: possono stupirsi della situazione anche i parenti, gli amici, il fidanzato o il marito della donna!

Spesso, la donna si rivolge all’attenzione di un medico, lamentando sintomi attribuibili alla gravidanza che vengono sminuiti: questo provocherebbe un ritardo diagnostico pericolosissimo. In questi casi, anche il medico viene coinvolto nella negazione, per cui sarebbe opportuno sottoporre le pazienti con sintomi come l’amenorrea, l’aumento ponderale, l’affaticamento, le nausee mattutine quantomeno ad un test di gravidanza.

COM’È POSSIBILE NON ACCORGERSI DI ESSERE INCINTA?

Spesso segni e sintomi della gravidanza sono trascurati o scambiati per altro.

L’assenza del ciclo mestruale può essere attribuita a stress o a un eccesso di attività fisica; l’aumento ponderale può essere legato al mangiare o bere in maniera sregolata; nausea e vomito attribuiti a periodi influenzali, a sintomi ansiosi, o semplicemente ad un’indigestione di “schifezze”.

Addirittura, i sintomi del travaglio possono essere scambiati per altro, come il dover correre in bagno per espletare dei bisogni, oppure confusi per coliche biliari. Uno dei primissimi casi presenti nella letteratura medica risale a fine ‘800: una donna di alto rango sociale, sposata da 7 anni, fu colta da quella che sembrava essere una colica biliare e che invece si rivelò, con suo sommo sgomento e sorpresa, un parto. Il bambino nacque ancor prima che il dottore giungesse per prestare soccorso.

Sandoz rivela un fenomeno interessante, definito “effetto silhouette”, che descrive casi clinici di donne incinta in cui il classico “pancione” non è in alcun modo identificabile; tali donne, solo dopo esser state sottoposte a visita ginecologica che rivelava la gestazione, andavano incontro ad una trasformazione fisica.

Se prima erano magre e slanciate, dopo la rivelazione manifestavano l’aumento del volume addominale, la distensione del pancione e potevano essere considerate a tutti gli effetti gravide.

Come si spiega questo fenomeno? In parte, sarebbe legato alla particolare modalità di crescita del feto in utero, che tenderebbe a disporsi in senso verticale, accrescendosi a discapito del diaframma; dall’altra parte, il sistema nervoso autonomo indurrebbe uno stato di aumentato tono della muscolatura addominale, che garantirebbe un profilo “slim”, magro, alla donna inconsapevole della sua gravidanza.

NEGAZIONE DI GRAVIDANZA: CHI È A RISCHIO?

Detto ciò, quello che i lettori, e soprattutto le lettrici, si staranno chiedendo è: quanto è frequente questa situazione? Chi è a rischio? Potrebbe capitare anche a me o a persone che conosco?

Partiamo da una considerazione basilare: su questo fenomeno, ad oggi, è stato condotto un solo studio su larga scala, che consente di elaborare numeri e fattori di rischio.

In questo studio, realizzato da Wessel et al., si è studiata per la durata di un intero anno la popolazione dell’area metropolitana di Berlino, chiedendo a ospedali, ginecologi e ostetrici privati, pronto soccorso e unità operative di ginecologia di raccogliere informazioni su casi di negazione di gravidanza, sia parziale sia totale.

Al termine dello studio, si è concluso che l’incidenza del fenomeno è di 1 su 500 casi per la negazione parziale e di 1 su 2455 casi per la negazione totale.

Quindi la negazione parziale è più frequente della malattia emolitica neonatale (1 su 1000 nati vivi) e della rottura di utero (1 su 1500 casi), mentre la negazione totale è più frequente del parto trigemellare (1 su 7200 casi).

Tali dati vengono avvalorati dalle stime di altri studi, che suggeriscono un’incidenza che si attesta attorno a 1 caso su 500, sempre considerando i casi di negazione di gravidanza parziale.

Quindi si parla di un fenomeno ben più frequente di quanto si possa immaginare, e per tale motivo sarebbe d’uopo individuare fattori di rischio e fare prevenzione.

Ma chi è a rischio?

Ci si potrebbe aspettare di avere a che fare con ragazzine adolescenti, che magari mascherano o nascondono la propria gravidanza per varie ragioni. Questi casi, in realtà, non sono delle negazioni di gravidanza, in quanto queste ragazze sono consapevoli della gestazione in corso, e vanno sotto il nome di “gravidanze nascoste” o concealed pregnancies nella letteratura anglosassone.

Nel caso della negazione di gravidanza, il range di età varia da ragazze adolescenti fino a donne adulte di oltre 40 anni; talvolta sono donne che in passato hanno già partorito, ma per la maggior parte si tratta di donne primipare, quindi alla loro prima gravidanza.

Altro dato interessante è la figura del padre di questo “bambino negato”, il quale è spesso una figura evanescente, assente, talvolta non rintracciabile e che non prende atto della situazione.

Ci si potrebbe aspettare di avere a che fare per lo più con donne note ai servizi psichiatrici: al contrario, nella maggior parte dei casi sono donne che hanno anamnesi psichiatrica muta, ma che possono talvolta raccontare episodi traumatici nella loro vita (spesso si tratta di lutti o perdite di persone importanti).

Altro aspetto interessante è il fatto che il fenomeno tende a recidivare: infatti, l’unico reale fattore di rischio ad oggi conosciuto è l’aver già vissuto una negazione di gravidanza; le donne con tale anamnesi andrebbero seguite attentamente dai loro medici di fiducia, proprio per evitare che il fenomeno si ripresenti.

Gli studi sui fattori di rischio della negazione sono ancora in corso, ma per adesso non forniscono idee ben precise su cosa predisponga al fenomeno. L’unico modo per prevenirlo è quindi parlarne e diffondere l’informazione che la negazione di gravidanza esiste, non è un mito e soprattutto non è qualcosa di cui ci si debba vergognare.

Diventa invece importante rivolgersi a figure di riferimento il prima possibile, allo scopo di ricevere tutto l’aiuto di cui si ha bisogno.

CONSEGUENZE

Perché tanta enfasi sulla prevenzione?

Perché le conseguenze della negazione di gravidanza possono essere devastanti, sia per la donna sia per il neonato.

Fra le complicanze ostetriche ricordiamo il parto precipitoso e non assistito, il parto pre-termine (quindi prima delle canoniche 37 settimane di gestazione), il ricorso al parto chirurgico con taglio cesareo, l’emorragia post-partum e la pre-eclampsia.

Per quanto riguarda il neonato, esso può nascere prematuro, con un basso peso alla nascita, e può essere necessario il ricovero in Unità Operativa di Neonatologia per garantirgli la sopravvivenza; inoltre, la donna, non essendo consapevole della gravidanza, durante tutto il suo decorso può incorrere in comportamenti pericolosi, come bere alcolici, fumare e assumere sostanze, che possono danneggiare il bambino e provocare gravi malformazioni fetali.

Altro rischio specifico e tristemente famoso è quello del neonaticidio, cioè l’omicidio, da parte della madre, del bambino appena nato entro le sue prime 24 ore di vita.

Il neonaticidio nella maggior parte dei casi si verifica perché la donna, in seguito al parto, verte in uno stato confusionale acuto che le impedisce di prendersi cura sia di sé stessa sia del proprio bambino. Se il parto si dovesse verificare in luoghi isolati, dove nessuno può aiutare la donna, il destino del bambino potrebbe essere segnato, ed è per questo motivo che bisogna intervenire con una diagnosi precoce e tempestiva.

CONCLUSIONI

La negazione di gravidanza è un fenomeno tutt’altro che raro, difficile da diagnosticare, ma che va sempre sospettato nei casi di amenorrea, aumento ponderale e altri sintomi attribuibili alla gravidanza, non altrimenti spiegabili.

Sarebbe opportuno procedere a ulteriori studi sul fenomeno, che facciano chiarezza sui fattori di rischio e sulle cause di questa condizione clinica, per favorire pratiche di prevenzione.

Importante è far conoscere il fenomeno, diffonderlo il più possibile non solo in ambito medico e scientifico, ma nella popolazione generale: è bene che i medici di famiglia siano ben istruiti in merito, poiché potrebbero essere i primi a venire a contatto con casi del genere e potrebbero rappresentare il primo livello della scala di prevenzione.

Ovviamente, sarebbe utile coinvolgere diversi operatori della salute: medici generici, psicologi, ginecologi, psichiatri e medici di pronto soccorso potrebbero, collaborando fra loro, unire le diverse conoscenze e professionalità, allo scopo di ampliare le attuali conoscenze di questo fenomeno.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Gianluca Fiore. Revisionato da Fabio Porru.

 

 

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