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MUSICA, LA BIOLOGIA DI UN’EMOZIONE

di Miryam Cannizzaro (keyword: musica)

L’ascolto della musica rappresenta un momento comune nella quotidianità di ognuno di noi: chi la ascolta per rilassarsi, chi per concentrarsi, chi per compagnia e chi per distrazione.

Vi è mai successo di emozionarvi durante l’ascolto di un brano? Vi siete mai chiesti perché, quando una canzone vi piace particolarmente, vorreste riascoltarla all’infinito? Quali meccanismi entrano in gioco nella scelta di un genere piuttosto che di un altro?

Tutto questo accade perché la musica è in grado di influenzare l’attività cerebrale e, tramite questa, l’intero organismo.

LA BIOLOGIA DELLE EMOZIONI: LA NEUROESTETICA

La comprensione di quello che succede al nostro cervello quando ascoltiamo un brano musicale ha portato alla nascita della disciplina nota come “neuroestetica”, che punta a definire i meccanismi biologici alla base della percezione estetica (dal greco aesthesis, sensazione), non solo quindi nella musica, ma anche in altre forme d’arte (come ad esempio un dipinto o un monumento). La neuroestetica mira quindi a dare una spiegazione biologica a quelle sensazioni innate che chiamiamo emozioni.  

Questo filone di ricerca, nato nel 1994 con i primi studi del neuroscienziato Semir Zeki, si sposa appieno con la concezione che il cervello non possa essere studiato solo dal punto di vista anatomico come un insieme di strutture indipendenti tra loro, ma che esistono delle connessioni (o networks) tra aree cerebrali.

Queste connessioni possono essere evidenziate mediante l’uso di tecniche sofisticate, come la risonanza magnetica con tensore di diffusione (DTI), la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la magnetoencefalografia (MEG).

L’ascolto della musica è un meccanismo complesso, perché comporta da un lato il riconoscimento del brano in questione (legato all’attivazione delle aree uditive primarie e secondarie), dall’altro vi è la componente emotiva ed affettiva, che ci porta ad apprezzare o meno quel determinato pezzo o genere musicale.

DOPAMINA: DAL PIACERE AL BENESSERE

Lo studio delle connessioni neuronali (i cosiddetti connettomi) ha messo in evidenza che durante l’ascolto della musica si verifica un’attivazione diffusa delle aree cerebrali: la corteccia frontale e prefrontale, il nucleo caudato, la substantia nigra, il nucleo accumbens, l’ippocampo, l’amigdala.

In particolare, le emozioni negative (tristezza, paura) vedono principalmente l’attivazione dell’amigdala (quella struttura del sistema limbico che gestisce le emozioni, specialmente la paura), mentre in quelle positive (felicità, gioia) prevale l’attivazione del corpo striato.

L’attivazione di queste strutture non è casuale: esse sono infatti implicate in quello che viene definito “circuito del reward” (o della ricompensa), sistema responsabile del gradimento, del piacere e dell’apprendimento di uno stimolo gratificante e che vede il suo principale protagonista nella dopamina. Questo è il motivo per cui siamo portati ad ascoltare più volte i brani che ci piacciono: si verifica un rinforzo positivo in quanto l’ascolto di quel determinato brano stimola ancora di più la produzione di dopamina, portando ad un circolo che si automantiene.

Questo neurotrasmettitore non è importante solo per il piacere, ma gioca un ruolo chiave in altri numerosi processi: attenzione, memoria, apprendimento, umore, sonno, funzioni cognitive.

Da qui si può comprendere come la musica, portando all’attivazione di circuiti dopaminergici, vada ad influenzare globalmente l’attività cerebrale.

Ad esempio, la dopamina facilita la formazione di nuove sinapsi a livello dell’ippocampo e di conseguenza permette il consolidamento della memoria a lungo termine (come la memoria dichiarativa, che rappresenta il nostro “bagaglio culturale”). È altresì importante per la memoria di lavoro, la quale ha un ruolo cruciale nell’apprendimento a breve termine e nella comprensione matematica e verbale.

Questo neurotrasmettitore entra anche nella regolazione del ritmo sonno-veglia, stabilizzando il ritmo circadiano, e del tono dell’umore, tanto che vi sono evidenze cliniche dell’effetto benefico e terapeutico della musica nei pazienti che soffrono di depressione maggiore (dove si ha una riduzione globale di mono-amine, quali dopamina, serotonina e noradrenalina).

Ma non solo, l’aumentata produzione di dopamina conseguente allo stimolo musicale ha degli effetti positivi che si riflettono sull’intero organismo: si assiste infatti alla riduzione della pressione arteriosa (con benefici per cuore, rene e cervello), alla riduzione dei livelli di cortisolo (riducendo lo stress e migliorando la funzione immunitaria) e all’aumento del rilascio di endorfine (che permette una migliore gestione del dolore, soprattutto in patologie croniche come la fibromialgia e l’artrite reumatoide).

L’ascolto della musica migliora anche le prestazioni fisiche, come ad esempio nella corsa: la sincronizzazione tra il ritmo musicale e il passo permette di prolungare la prestazione e di consumare un quantitativo di ossigeno regolare, migliorando la resistenza fisica e riducendo il senso di fatica (a tal proposito, si parla addirittura di doping sonoro, tanto che negli USA è vietato l’ascolto di musica durante le competizioni sportive ufficiali, come la Maratona di New York).

LA MUSICA MODIFICA IL CERVELLO?

La risposta è sì: dopo aver visto come incide l’ascolto musicale sul nostro cervello, non deve stupire se suonare uno strumento abbia effetti ancora più sorprendenti.

Nel cervello di un musicista, nel momento in cui sta suonando uno strumento, si andranno ad attivare le aree motrici (per il controllo dei movimenti fini, per esempio delle dita), le aree uditive (a loro volta connesse con le precedenti), le aree visive (per la lettura dello spartito musicale), il sistema limbico (per la componente emotiva che accompagna l’esecuzione).

È stato dimostrato, non a caso, che il cervello dei musicisti sia diverso da quello di chi non lo è. Questo vale soprattutto se l’apprendimento e la pratica musicale avvengono già da bambini.

Infatti studi di imaging hanno evidenziato, in bambini musicisti d’età inferiore ai 7 anni, una maggiore larghezza del corpo calloso (la struttura che collega i due emisferi cerebrali) e un maggior sviluppo delle aree motorie (per esempio, una maggiore raffigurazione delle dita delle mani nell’homunculus motorio, area 4 di Brodmann). Inoltre, questi soggetti sembrano avere un maggiore sviluppo anche delle funzioni esecutive (attenzione, problem solving), della capacità di apprendimento e della creatività. Anche la memoria risulta più sviluppata, grazie alla neurogenesi ippocampale (ovvero la generazione di nuovi neuroni), che rappresenta un processo fondamentale per il consolidamento della memoria e la creazione di nuovi ricordi.

Infine, suonare uno strumento musicale fa parte di quei fattori (noti come “stile di vita”) in grado di ritardare la comparsa di demenza o Alzheimer, in quanto porta a un maggior sviluppo di sinapsi cerebrali e a migliori performance cognitive.

LA MUSICA COME TERAPIA

Abbiamo già visto come l’attivazione di determinati circuiti neuronali vada ad incidere sul benessere, mentale e fisico, dell’organismo.

La musica può essere considerata quindi una vera e propria terapia: sono stati condotti diversi studi clinici dove è emerso l’effetto benefico della musica nel migliorare i sintomi e, soprattutto, la qualità della vita in pazienti con depressione, schizofrenia, disturbo d’ansia, malattia di Alzheimer, patologie dolorose croniche, ipertensione, disturbi del sonno.

Nella schizofrenia, ad esempio, la musicoterapia sembra migliorare i sintomi negativi (apatia, anedonia, isolamento sociale, appiattimento emotivo) e il declino cognitivo di questi pazienti.

Ancora, uno studio clinico randomizzato ha evidenziato un miglior controllo di crisi epilettiche nei bambini grazie al cosiddetto “Effetto Mozart”: l’esposizione a uno stimolo musicale (nel caso in questione, la Sonata in D maggiore K.448 di W.A. Mozart) per tre anni ha ridotto le crisi epilettiche nell’80% dei soggetti.

Non è ancora stato compreso il meccanismo alla base di questo fenomeno, ma le evidenze suggeriscono che si verifichi una sincronizzazione tra l’attività elettrica neuronale e il ritmo musicale.

Per finire, un ultimo esempio: anche prima di un intervento chirurgico, l’ascolto della musica ha degli effetti positivi, perché induce il rilassamento fisico e mentale, riduce la paura e soprattutto l’ansia, componente di grande importanza in questa fase (tanto da richiedere la somministrazione di ansiolitici) in quanto porta all’iperattivazione del sistema nervoso autonomo e al massiccio rilascio di catecolamine.

CONCLUSIONE

Come abbiamo visto, le applicazioni della musica come strumento terapeutico sono molteplici ed erano già note dall’antichità: Platone sosteneva infatti che la musica migliorasse la calma e la serenità interiore, tanto che l’educazione musicale era indispensabile per maturare un carattere equilibrato.

Il campo della musicoterapia è in continua espansione e, grazie alle evidenze scientifiche e biologiche degli ultimi anni, le sue applicazioni in Medicina andranno sempre più ad ampliarsi, integrandosi pienamente con le altre strategie terapeutiche, sia farmaceutiche che non.

Ti invitiamo a staccare tutto, a prenderti un attimo di relax, ad ascoltare il tuo brano preferito e a goderti i benefici di cui abbiamo parlato!

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Miryam Cannizzaro. Revisionato da Edoardo Vanetti.

 

 

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2 Comments
  1. Fabio Porru 19/09/2018 at 21:45 - Reply

    Bellissimo articolo! Interessantissimo argomento! 🙂 Bravissima Miryam!

  2. Daniela Morittu 10/11/2018 at 20:34 - Reply

    Articolo interessantissimo e chiarissimo. Io suono l’arpa celtica e apprezzo i benefici dello studio e della pratica musicale. Grazie!

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