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PIÙ LIEVE LEGNO: LO SVILUPPO SOSTENIBILE PUÒ GARANTIRE UNA CASA PER TUTTI?

di Davide Amadori (keyword: legno)

L’urbanizzazione nei Paesi in via di sviluppo può mettere a repentaglio l’ambiente, ma le applicazioni del legno nei materiali per l’edilizia possono trasformare questo fenomeno in una grande opportunità di rilancio ecologico.

3 sono le necessità fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo: cibo, acqua e un luogo sicuro dove riposare.

Moltiplicate queste necessità per una popolazione mondiale in crescita attualmente a quota 7,6 miliardi di persone e avrete un serio problema di sostenibilità ambientale specialmente quando si tratta di edilizia, uno dei settori industriali più inquinanti, responsabile del 5,9% della CO2 presente in atmosfera. È importante notare che quando si parla di CO2 non ci si riferisce necessariamente al gas in sé, ma viene usata come unità di misura per confrontare gli impatti delle varie produzioni industriali sul riscaldamento globale.

Il problema non si limita alla sola necessità di produrre case per le prossime generazioni, ma anche di offrire case di qualità migliore. Attualmente 3,5 miliardi di persone vivono in aree urbane, di cui 828 milioni vive in baraccopoli; entro il 2030 il 60% della popolazione vivrà nelle città e il 95% di questa espansione avverrà in Paesi in via di sviluppo.

Come sarà la vita in queste giungle urbane così sovraffollate? Ma soprattutto, quanto tempo ci vorrà per trovare parcheggio?

Il problema sembra già insormontabile, ma come se non bastasse ci si mettono pure le nazioni unite, coi loro obiettivi terribilmente ambiziosi: già dal 2000 l’ONU ha lanciato una serie di traguardi (detti obiettivi di sviluppo sostenibile) che gli Stati membri dovranno raggiungere entro determinate scadenze, volti a sradicare la povertà e la fame nei Paesi in via di sviluppo per assicurare condizioni di vita migliori alle prossime generazioni. Tra questi scopi, l’ONU promette di dimezzare il numero di persone che vive in baraccopoli entro il 2020; sommando chi oggi vive già in tale condizione a chi deve ancora venire, in totale 3 miliardi di persone avranno bisogno di una nuova casa nei prossimi 20 anni.

Tutto questo può sembrare soffocante, ma niente panico, c’è chi ci sta pensando. Il grande problema dell’edilizia sono i materiali utilizzati più diffusamente per costruire case: cemento e acciaio. Il cemento è il materiale più utilizzato dall’uomo dopo l’acqua, responsabile da solo del 5% delle emissioni globali di CO2; per produrne una tonnellata si rilasciano 0,63 tonnellate di CO2 in atmosfera. Mentre l’acciaio (3% delle emissioni CO2) ha un saldo ancora più negativo: 1,8 tonnellate di CO2 rilasciate per ogni tonnellata di materiale prodotto.

Qual è la soluzione?

Se il rischio di questa espansione dell’edilizia è il rilascio di CO2 in atmosfera, e se in atmosfera è già presente una notevole dose di questo gas, non si potrebbe inventare un materiale letteralmente fatto di CO2?

Prodotto da una macchina in grado di captarla dall’atmosfera e condensarla in una sorta di mattone con cui costruire le case? Magari una macchina estremamente efficiente, alimentata da pannelli solari in modo che anche l’energia di cui ha bisogno per funzionare venga prodotta senza rilasciare l’odiata CO2?

Ebbene, ci sono delle buone notizie: questo materiale esiste già e la tecnologia necessaria per produrlo è addirittura più antica della comparsa dell’Uomo sulla Terra.

LEGNO: UNA VECCHIA SOLUZIONE A NUOVI PROBLEMI

Le piante sono organismi che raccolgono CO2 e la trasformano in ossigeno e materia organica (come, appunto, il legno). L’energia necessaria a questa reazione viene ricavata dalla luce.

Applicando uno sviluppo dell’edilizia in questo senso agli scopi e alle proiezioni nel futuro degli obbiettivi di sviluppo sostenibile, scopriamo che le emissioni di CO2 possono essere ridotte del 14% fino al 31% grazie all’utilizzo del legno come materiale da costruzione, un po’ perché ogni tonnellata di legno è capace di segregare 3,9 t di CO2 dall’atmosfera, ma soprattutto per l’abbattimento delle emissioni dovute alla produzione di cemento e acciaio.

Contrariamente a quanto si può pensare, il legno viene incontro a molte caratteristiche ricercate nella progettazione di edifici: la diversità dei suoi lavorati lo rende molto versatile, la sua struttura fibrosa lo rende resistente e leggero nonché flessibile e, quindi, antisismico.

È un materiale parzialmente ignifugo, perché quando brucia forma sulla superficie uno strato isolante di carbone che impedisce la diffusione di ossigeno e calore agli strati sottostanti, mentre il cemento armato cede a causa della grande espansione termica dell’acciaio alle alte temperature. La costruzione stessa di questo tipo di edifici richiede meno tempo e meno personale, si tratta fondamentalmente di assemblare un grosso mobile, per quanto questo stile di costruzione risulti più complicato: ogni pezzo deve essere pronto dal primo giorno, non c’è spazio per modifiche in corso d’opera. Dal punto di vista ingegneristico, il legno rappresenta una grande opportunità anche nella riqualificazione: essendo più leggero del cemento armato a parità di resistenza, permette di aggiungere piani extra a edifici già esistenti.

Recentemente questo uso del legno e dei suoi derivati ha salvato il Canada dalle conseguenze del riscaldamento globale: centinaia di ettari di foreste sarebbero state destinate al macero (e quindi a trasformarsi in CO2 atmosferica) per colpa dell’invasione dello scarabeo del pino, un parassita la cui diffusione è solitamente contenuta dalla rigidità degli inverni canadesi, ma che negli ultimi anni si è rivelata permissiva per la vita dell’insetto. Le autorità canadesi hanno potuto arginare il disastro ambientale indicando il legno degli alberi colpiti dal parassita come risorsa primaria per l’edilizia pubblica.

Questo ha stimolato le imprese ad elaborare una vasta gamma di materiali come la nanocellulosa cristallina, fibre estratte dalla polpa del legno per migliorare l’aderenza delle vernici, il beetlecrete, un calcestruzzo che usa frammenti di legno al posto della ghiaia come materiale inerte e, soprattutto, i Cross-Laminated Timber, tavole di legno alternate ed incollate con la quale è stato possibile realizzare strutture portanti dette Mass Timber Panel, inventati dall’architetto Michael Green che ha deciso di condividere questa tecnologia con un brevetto open-source.

SE IL LEGNO È UN MATERIALE COSÌ VANTAGGIOSO, COSA NE IMPEDISCE LA DIFFUSIONE?

La nuova era delle costruzioni in legno è cominciata appena 20 anni fa e la maggior parte delle normative dei vari Paesi si riferiscono alla concezione ottocentesca del legno, ovvero un materiale suscettibile a funghi, parassiti e, soprattutto, umidità (il legno è capace di espandersi o contrarsi fino al 10% al variare di questo parametro). L’altro grosso limite è il rischio deforestazione: ad oggi l’uomo estrae circa il 20% della produzione globale annua di legno, ma la rapida espansione di questo settore industriale potrebbe alzare questa percentuale al 58%. Potrebbe sembrare un valore vertiginoso se non si considera che la maggior parte della deforestazione è dovuta alla richiesta di terreno coltivabile piuttosto che all’estrazione di legno dalle foreste. Per essere sostenibile, una tale richiesta deve essere accompagnata da un cambiamento che integri le attuali pratiche di deforestazione con i principi della tutela della biodiversità.

Una grande spinta al settore potrebbe derivare dall’estensione della catena dei ‘CO2 Credits’. In pratica, gli Stati che si impegnano a limitare le proprie emissioni di CO2 entro una determinata quota frazionano e distribuiscono questa quota alle aziende del proprio mercato; chi non riesce a rispettare questa quota deve acquistare dallo stato frazioni aggiuntive della quota totale. Ma se un’azienda produce un bene che, anziché emettere, è in grado di raccogliere CO2 dall’atmosfera può vendere la quota sequestrata ad altre aziende o allo Stato stesso. Se questo sistema venisse esteso anche ai costruttori, questi sarebbero incentivati a preferire il legno al cemento armato, e i benefici ricadrebbero su quei latifondisti che scelgono di coltivare legno immagazzinando sempre più carbonio nelle foreste.

[Il concetto dei carbon credits è stato introdotto con il Protocollo di Kyoto nel 1997 ed è tanto bello quanto complicato. Se sei curioso di capirne di più, l’articolo di Lifegate “Cosa sono i carbon credit offre una descrizione semplice e comprensibile, mentre il sito della Commissione Europea fornisce una descrizione economica più dettagliata.]

BAMBOO, IL GRANDE PROTAGONISTA DEL MERCATO DEL LEGNAME

Il bamboo è una pianta semiselvatica diffusa in tutte le aree tropicali, il suo metabolismo estremamente efficiente (ciclo C4, un metabolismo che riduce al minimo gli sprechi di carbonio e le necessità di acqua, condiviso anche da mais e grano) gli permette di avere la crescita più veloce del regno vegetale (alcune specie arrivano a crescere di 1 metro al giorno). La grande biodiversità all’interno della famiglia delle bambusoideae (circa 1450 specie) garantisce un’ampia scelta di forme e dimensioni: alcune specie indonesiane raggiungono i 40 m di altezza con fusti del diametro di 30 cm; la sua struttura a rizomi (fusti sotterranei di riserva) gli permette di rigenerarsi dopo il taglio e di crescere su pendii tipicamente improduttivi per l’agricoltura convenzionale.

Il legno di bamboo è soprannominato acciaio naturale: la sua resistenza a tensione è migliore dell’acciaio mentre quella a compressione è quasi doppia del cemento. È inoltre estremamente leggero: un fusto di 10 m può essere tranquillamente trasportato da una persona a piedi.

Il legno di bamboo può essere considerato socialmente equo: il 60% dei guadagni di questo mercato finisce nelle tasche degli agricoltori. Già nel 2011 circa 1 miliardo e mezzo di persone dipendeva da questa risorsa, l’intero settore era stimato per un valore di 2 miliardi di dollari. Attualmente l’80% della produzione mondiale proviene dalla Cina, ma altri Paesi dell’Africa subsahariana stanno rivolgendo la propria agricoltura verso questa pianta, a partire dall’Etiopia che, grazie alla collaborazione tra corporazioni africane ed enti governativi europei, intende portare la superficie coltivata a bamboo fino al valore di 2 milioni di ettari entro la fine del 2018.

In conclusione, i nuovi materiali per l’edilizia basati sul legno possono sostenere lo sviluppo urbano previsto per i prossimi decenni trasformando l’edilizia non solo in un’industria “green” a basso impatto ambientale, ma anche in un importante strumento di lotta ai cambiamenti climatici e al disboscamento se opportunamente guidata dalla comunità internazionale. In questo senso, il bamboo, date le sue incredibili caratteristiche fisiologiche e meccaniche, può essere considerato la risorsa primaria per alimentare questa espansione garantendo la prosperità dei popoli in via di sviluppo.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Davide Amadori. Revisionato da Edoardo Vanetti.

 

 

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