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HIKIKOMORI: GLI EREMITI DEL XXI SECOLO

Alla fine… ecco cosa significa essere un hikikomori. Praticamente… equivale a essere prigionieri di se stessi. (Welcome to the NHK)

di Gianluca Fiore (keyword: hikikomori)

Interessa l’1% della popolazione generale, per lo più giovani fra i 14 e i 30 anni, ed è stato riconosciuto come grave problema di sanità pubblica in Giappone, dove sono registrati oltre 1 milione e mezzo di casi.

DEFINIZIONE DEL FENOMENO

Il termine hikikomori deriva dalle parole hiku “indietreggiare” e komoru “ritirarsi”, quindi potrebbe essere tradotto come “isolarsi, stare in disparte”. Si riferisce ad un fenomeno notato per la prima volta durante gli anni ’80 del Novecento in Giappone, ma che nel corso del tempo è stato riconosciuto anche in altri paesi, fra cui Corea del Sud, India, Spagna, USA e così via.

Il termine hikikomori può riferirsi sia al fenomeno sia al soggetto che lo manifesta.

Si parla di hikikomori se vengono rispettati i seguenti criteri diagnostici:

  • Passare la maggior parte della giornata a casa, tutti i giorni;
  • Evitare situazioni sociali come frequentare la scuola o il lavoro;
  • Abolire le relazioni interpersonali, sia con i propri familiari sia con i propri amici;
  • Provare un importante malessere secondario all’isolamento.

Tali criteri devono essere stabili per un periodo di almeno 6 mesi per poter parlare realmente di hikikomori (fa eccezione la Corea, paese in cui il periodo temporale è ristretto a 3 mesi).

Alcuni autori pongono l’accento sulla distinzione fra hikikomori primario o secondario: nella forma primaria non vi è comorbidità con altri disturbi psichiatrici, mentre nella forma secondaria sarebbe il disturbo psichiatrico a generare l’hikikomori. A tal proposito va ribadito che, ad oggi, non c’è consenso sul fatto che la presenza di un disturbo psichiatrico possa escludere la diagnosi di hikikomori primario o viceversa.

IDENTIKIT DI UN HIKIKOMORI

L’hikikomori è solitamente un giovane, per lo più di sesso maschile, di età compresa fra i 14 e i 30 anni, che gradualmente inizia una fase di ritiro sociale, caratterizzata dall’abbandono scolastico (solitamente il primo campanello d’allarme), la chiusura in sé stesso, la rottura di relazioni dirette ed indirette con i propri genitori, parenti ed amici.

NON DITE CHE INTERNET HA ROVINATO I RAGAZZI

L’hikikomori si rinchiude nella propria stanza, limitando al minimo le uscite dal proprio eremo, ed utilizzando internet come unica porta sul mondo esterno: il ragazzo finisce per trascorrere numerose ore navigando su internet; proprio per questo motivo viene spesso confuso con l’internet addiction, la dipendenza da internet, ma i due fenomeni vanno distinti, in quanto nel caso dell’hikikomori l’utilizzo abnorme dello strumento informatico è una conseguenza e non la causa del disturbo. A dimostrazione di ciò, il fenomeno è nato intorno agli anni ’80, periodo in cui i dispositivi informatici non erano ancora così diffusi su larga scala; ovviamente in quel periodo gli hikikomori trascorrevano il tempo in maniera differente, ad esempio leggendo, giocando o semplicemente rimanendo rinchiusi nella propria stanza senza un obiettivo preciso.

VITA DA RECLUSI

Il sintomo che predomina l’hikikomori è l’abulia, l’assenza di una forza di volontà che spinge la persona a compiere determinate azioni nel corso della giornata.
Tutti noi, ogni giorno, usciamo di casa con l’intento di agire, svolgere un compito per il quale ci sentiamo necessari, abbiamo una spinta interna che ci fa muovere verso il mondo esterno; questa spinta può derivare dal fatto che quello che facciamo ci fa sentire realizzati, dal fatto che ci sentiamo in dovere di fare qualcosa, dal fatto che ci sentiamo in colpa se quel compito non è portato a compimento e così via.
Questo non vale per l’hikikomori, totalmente insensibile a tali stimoli, e ciò lo porta a rinchiudersi nel suo mondo. Un mondo fatto da 4 pareti, nelle quali il giovane tende a sentirsi al sicuro, rispetto ad un mondo che appare insostenibile. Esce dalla sua stanza solo in caso di grave necessità, per espletare i propri bisogni primari, sgattaiolando nel cuore della notte per prendere del cibo, mentre nessuno lo può vedere, del tutto noncurante del ritmo sonno-veglia. Le dimensioni del tempo e dello spazio diventano aleatorie nell’universo solitario che l’hikikomori sceglie di vivere.

Da quanto detto, appare chiaro che determinati tratti temperamentali e di personalità possano facilmente associarsi al rischio di diventare un hikikomori: si tratta di ragazzi descritti come timidi e riservati, che spesso manifestano un disturbo evitante di personalità, che si è visto essere associato al fenomeno.

PAURA DI ESSERE GIUDICATI

Il disturbo evitante di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità alle valutazioni negative. Le persone con questo disturbo sono preoccupate di subire angherie dagli altri, di essere messe in ridicolo o criticate; questo le porta ad evitare, appunto, le situazioni in cui devono interagire con altre persone. Pare chiara quindi la similitudine fra i due fenomeni, che restano in ogni caso distinti ma che spesso possono sovrapporsi; in tal caso, si potrebbe parlare di un hikikomori secondario al disturbo di personalità evitante.

QUALI SONO LE CAUSE DELL’HIKIKOMORI?

L’hikikomori è un fenomeno ad eziologia multifattoriale, per cui vi sono diversi fattori che nel loro insieme possono far scaturire la sintomatologia.

Ad oggi, l’hikikomori può essere interpretato in due modi: il primo è come un disturbo psichiatrico propriamente detto, per il quale il paziente dovrebbe intraprendere un percorso di psicoterapia, eventualmente associato ad un appropriato trattamento farmacologico. Un limite a tale concezione deriverebbe dal fatto che l’hikikomori è ad oggi inserito nel DSM V, il manuale di diagnosi e cura che include tutte le patologie psichiatriche e che ne definisce i criteri diagnostici, ma solo come un disturbo tipico della cultura giapponese. Tale definizione risulta oggi obsoleta, e sarebbe il caso di reinquadrare in maniera più attenta il disturbo nella prossima edizione del DSM, allo scopo di favorire la ricerca ed implementare le conoscenze del fenomeno.

Il secondo modo di concepire l’hikikomori è come disturbo della socializzazione, per cui vi sarebbero fattori che renderebbero il paziente incapace di stabilire relazioni sociali, di resistere alla pressione sociale e che lo porterebbero a rifugiarsi nel proprio mondo. In quest’ottica, diversi fattori ambientali potrebbero svolgere un ruolo chiave.

LA FAMIGLIA È SPESSO LA PRIMA CAUSA: PADRE ASSENTE E MADRE IPER-PROTETTIVA

Ad esempio, l’ambiente familiare rappresenta un buon substrato per l’instaurarsi del fenomeno; diversi studiosi hanno analizzato le famiglie degli hikikomori in Giappone, delineandone un contorno assai preciso: si tratta di famiglie ricche, in cui il padre è assente per motivi di lavoro, mentre si realizza una relazione madre-figlio unico dai caratteri quasi morbosi, che i giapponesi chiamano amae; si tratta di un vero e proprio rapporto di dipendenza, per il quale lo sviluppo psico-fisico dell’hikikomori viene fortemente inficiato. Spesso la figura materna tende a proteggere il figlio dal mondo esterno, spingendolo ad un’ulteriore chiusura; di fronte alla decisione del figlio di rinchiudersi nel proprio mondo, la madre accetta passivamente tale decisione, sperando che questa fase regredisca autonomamente. Il risultato è quello di permettere all’isolamento di perdurare, facendo peggiorare il quadro.
Da parte sua, il padre non interviene per varie ragioni, ad esempio per non intromettersi nella relazione madre-figlio o non volendo accettare il senso di vergogna derivante dal “fallimento” del proprio figlio. Inoltre, con la propria assenza, legata alla dedizione al lavoro, la figura paterna vuole trasmettere la stessa dedizione al figlio, senza riuscire ovviamente ad ottenere l’effetto desiderato.

IL SECONDO FATTORE È LA SCUOLA: LA COMPETIZIONE E IL BULLISMO

Anche l’ambiente scolastico può contribuire all’innescarsi del fenomeno: l’hikikomori, frequentando la scuola, può scontrarsi con un ambiente ipercompetitivo non solo sul piano delle prestazioni scolastiche, ma anche sul piano relazionale se i compagni di scuola sono alla moda, frequentano solo determinati locali e solo determinate persone.
L’hikikomori è solitamente un ragazzo sensibile, introverso, chiuso, facilmente vittima di atti di bullismo. Il bullismo in giappone, ijime, porta il bullizzato a sentirsi in colpa ed inadeguato alle situazioni sociali; non sono i bulli il problema, ma la vittima che, essendo non all’altezza dei bulli, viene esclusa e derisa. La pressione sociale che ne deriva spinge l’hikikomori a sottrarsi a questa situazione insostenibile e lo porta a chiudersi in sé stesso.

ABBANDONO SCOLASTICO E INTROVERSIONE

Non è un caso che l’abbandono scolastico sia il primo evento della spirale che porterà l’hikikomori ad isolarsi: passare da un ambiente iperprotettivo e rassicurante (la propria casa) ad un ambiente difficile e competitivo (la scuola) può rappresentare il terreno fertile che porterà all’innesco di strategie di evitamento.

Vi sono poi fattori individuali che predispongono le persone a sviluppare l’hikikomori: determinati tratti di personalità (evitante), l’introversione, essere di sesso maschile o essere figlio unico sono alcuni dei fattori di rischio che possono favorire l’instaurarsi di tale condizione.

COME USCIRE DALLA SPIRALE DELL’ISOLAMENTO?

La peculiare situazione degli hikikomori li rende restii a chiedere aiuto; nelle fasi iniziali, l’hikikomori vive una fase “egosintonica” con il suo disturbo, nel senso che il ritiro sociale gli dà sollievo e lo tranquillizza.

Solitamente sono i genitori del ragazzo a chiedere aiuto e supporto, nel momento in cui si rendono conto di non poter più gestire la situazione da soli.

Qualunque tentativo di forzare la “camera dei segreti” dell’hikikomori sarà fallimentare, anzi, violare la privacy della stanza con la forza potrebbe solo peggiorare il quadro clinico. Sarebbe opportuno prevedere degli interventi di tipo domiciliare, per cui il clinico (psichiatra o psicologo psicoterapeuta) si deve recare nell’abitazione dell’hikikomori e instaurare un dialogo, che pian piano lo aiuterà ad uscire dalla rassicurante bolla della propria stanza ed iniziare a vivere realmente.

I 4 PASSAGGI PER AFFRONTARE IL PROBLEMA

Le prime linee guida per il trattamento dell’hikikomori sono state pubblicate dal Ministero della Salute giapponese nel 2010 e suggeriscono un intervento suddiviso in 4 steps:

  1. Supporto familiare, primo contatto con l’hikikomori e sua valutazione;
  2. Supporto individuale dell’hikikomori;
  3. Addestramento progressivo a situazioni sociali;
  4. Prova di partecipazione ad attività sociali.

L’associazione Hikikomori Italia è oggi un punto di riferimento per parlare del fenomeno in maniera diffusa, rappresentando un punto di riferimento sia per i pazienti sia per i familiari e gli amici dell’hikikomori. Sul sito è disponibile un forum dove raccogliere informazioni sul fenomeno e una chat di supporto per gli utenti.

POKÉMON GO: UNA PRIMA SPINTA AD USCIRE

Si è visto, infatti, che internet potrebbe rappresentare una porta di comunicazione con l’hikikomori, che sarebbe in tal modo più accessibile attraverso una branca della psichiatria, la telepsichiatria, che garantisce un supporto proprio attraverso i nuovi dispositivi digitali a nostra disposizione. Ad esempio, si è ipotizzato un ruolo della applicazione per smartphone Pokémon GO, che aiuterebbe gli hikikomori ad uscire di casa, pur restando connessi solo al proprio smartphone e non interagendo con altre persone; l’applicazione, tuttavia, avrebbe il ruolo di dare un’iniziale spinta fuori dalla propria stanza al giovane, alla quale poi far seguire trattamenti idonei alla ripresa della socializzazione.

Resta importante parlare di questo disturbo e diffondere le informazioni il più possibile.

In Italia le cifre del fenomeno non sono ancora definitive, ma si stima che l’hikikomori sia in aumento, ragion per cui dovrebbero essere presi provvedimenti per prevenire un’escalation simile a quella avvenuta in Giappone.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Gianluca Fiore. Revisionato da Fabio Porru.

 

 

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