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Dipendente – Mente (o mente – dipendente)

LE BASI BIOLOGICHE DELLE DIPENDENZE

Spesso sentiamo parlare di dipendenza in relazione all’abuso di sostanze stupefacenti e a comportamenti compulsivi. Il gioco, il sesso, il web sono esempi calzanti.

Quali sono i meccanismi che la determinano?

Esiste una base biologica comune?

Ne abbiamo parlato con due docenti dell’Università degli Studi dell’Insubria, esperte di fisiologia della dipendenza.  

Non ci sono predisposizioni genetiche

Il gruppo di ricerca di neuropsicofarmacologia, dell’Università dell’Insubria, si occupa dei meccanismi di dipendenza da sostanze stupefacenti, soprattutto cannabinoidi (erba per intenderci). Il gruppo è stato a lungo guidato dalla professoressa Daniela Parolaro, cui è subentrata la professoressa Tiziana Rubino.

Abbiamo chiesto loro se esistono particolari predisposizioni genetiche alla dipendenza e ci hanno risposto che non è corretto parlare di predisposizione.

È stata a lungo ricercata una possibile correlazione tra la dipendenza e la presenza di particolari geni e si è visto che non c’è un singolo gene la cui presenza o la cui assenza determina dipendenza, ma sono stati individuati alcuni geni in qualche modo implicati nel suo sviluppo. Sono geni che producono proteine coinvolte in un sistema cerebrale denominato “circuito della gratificazione”, il cui effetto singolo è assolutamente irrilevante. Se però intervengono variazioni su diversi di questi geni, e se siamo in presenza di un certo tipo di ambiente, allora il loro ruolo può diventare importante. A queste conclusioni siamo arrivati grazie ai classici studi genetici sui gemelli e sui flussi migratori, che permettono di verificare l’interazione tra la genetica e l’ambiente.

L’unica cosa che si può dire al momento è che un particolare assetto genetico potrebbe rendere un soggetto più vulnerabile alle dipendenze, ma non è in grado di scatenarle.

Per fare un esempio, si può citare il caso di una variante genetica che sembra predisporre all’abuso di cannabinoidi. Si tratta di una piccola alterazione che diversifica quel gene dagli altri dello stesso tipo, ma la sua presenza non è determinante perché non è detto che chi possiede quella variante diventerà dipendente dalla cannabis e chi non ce l’ha invece no. La stessa cosa si può dire per varianti simili associati all’abuso di nicotina, di alcol e di altre sostanze, ma in tutti i casi non siamo in presenza di fattori determinanti, solo predisponenti e solo in particolari circostanze.

Per quanto riguarda i cannabinoidi non è possibile definire una relazione di causa/effetto tra uso di cannabis in adolescenza e susseguente abuso di altre droghe, che è una delle principali preoccupazioni legate al consumo di cannabis in età precoce.

Del resto, non tutti gli adolescenti che fanno uso ripetuto di cannabis sviluppano dipendenza da altre droghe.

È quindi più probabile che esistano differenze nello stato di vulnerabilità dei diversi individui, che hanno portato all’elaborazione di un modello, definito “common liability”, in contrapposizione alla “gateway hypothesis” (l’ipotesi che vede la cannabis come droga ponte verso sostanze più pesanti).

La common liability ipotizza che l’utilizzo di cannabis, e di altre droghe, sia dovuto all’influenza di un fattore comune, che può essere ambientale, psicologico e/o socio/economico.

I meccanismi biologici

Alcune sostanze d’abuso, come eroina, morfina e cannabinoidi, si legano a molecole presenti sulle cellule nervose che hanno il compito di regolare il corretto equilibrio biochimico del cervello. Se interviene qualcosa che altera il corretto funzionamento di queste molecole compare una patologia. La cocaina e gli psicostimolanti vanno invece a interagire con il sistema che regola la trasmissione della dopamina. La dopamina è una sostanza che serve a trasferire le informazioni tra una cellula nervosa e l’altra (un neurotrasmettitore) e che è sottoposta a regolazione da parte di sistemi cerebrali appositi. La cocaina non permette la regolazione della dopamina e ne mantiene alta la concentrazione.

Il risultato finale è l’eccitazione del sistema nervoso centrale e di tutti gli altri distretti dove interviene la dopamina, compresi il circuito di gratificazione e l’apparato cardiovascolare. Capita di frequente, infatti, che l’abuso di cocaina porti il malcapitato al pronto soccorso per complicanze cardiovascolari. 

I geni che producono la dopamina e la proteina D2 (quella che interviene nella sua regolazione) sono i geni più studiati in questo campo, perché si ritiene che la dopamina e i suoi sistemi di regolazione siano alla base di tutti i meccanismi di dipendenza.

In pratica, l’utilizzo di determinate sostanze, o il prolungarsi di determinati comportamenti, porterebbe all’accumulo di dopamina nel nucleus accumbens, una regione del cervello coinvolta nel processo di gratificazione. L’interruzione dell’assunzione di sostanze determina una drastica riduzione della concentrazione di dopamina e del senso di gratificazione che ne deriva, portando il soggetto a reiterare l’uso della sostanza o il comportamento compulsivo.

I metodi di indagine e gli approcci terapeutici

Purtroppo non esiste, per il momento, un modello di cervello artificiale che mostri i sintomi della dipendenza. Non siamo in grado di riprodurre una simile complessità, perché ci sono troppi circuiti e troppe variabili, per cui la sperimentazione sugli animali è inevitabile.

Gli studi effettuati dalle nostre interlocutrici si concentrano sull’aspetto comportamentale, cioè l’effetto che si può osservare nel comportamento dell’animale, che viene correlato con le osservazioni cellulari e molecolari. Si tratta di un approccio suscettibile di critiche, ma in questo modo è stato possibile individuare l’area cerebrale in cui si attiva il circuito della gratificazione e studiare meglio il periodo di astinenza e di ricaduta.

Recentemente è aumentata l’attenzione verso gli studi di brain-imaging, come TAC o risonanza magnetica, per verificare se ci siano alterazioni anatomiche rilevabili tra soggetti sani e soggetti dipendenti al fine di identificare quali siano le aree cerebrali interessate. Queste tecniche hanno consentito di osservare gli effetti delle droghe nel momento in cui vengono assunte, permettendo la comprensione delle cause e dei meccanismi di vulnerabilità cerebrali, compresi quelli associati all’astinenza e alla recidiva. I risultati confermano che la dipendenza determina importanti modificazioni in diverse aree del cervello, possiamo dire quindi che si tratta di una malattia che causa problemi comportamentali e alterazioni morfologiche cerebrali. 

Per avere risultati in campo terapeutico bisogna quindi associare l’approccio psicologico a un approccio farmacologico in grado di ricomporre le funzioni e i circuiti neurali alterati.

La terapia delle dipendenze è quindi una procedura complessa che ha più possibilità di successo se prevede l’integrazione di diverse discipline. Al recente incontro dell’Osservatorio europeo delle droghe, i dati sperimentali sull’adolescenza e la psicosi correlavano con i dati epidemiologici, quindi, la strada sembra quella giusta. Inoltre, l’approccio misto farmacologico e psicologico ci pone più al sicuro da interessi industriali che possono spingere verso il consumo di determinati farmaci.

All’estero la comunità scientifica è molto attenta a questo sviluppo dello studio delle dipendenze, in Italia siamo un po’ indietro e nonostante ci sia la volontà di recuperare terreno rimane un grosso problema di accesso ai finanziamenti, che rimangono preferenzialmente destinati alle comunità terapeutiche.

Insomma, non dobbiamo dimenticare che alla base della mente c’è il cervello, il cui corretto funzionamento determina di conseguenza un corretto sviluppo delle funzioni superiori della mente, comprese quelle psicologiche.

 Alla base della psicologia c’è la fisiologia, che va studiata con altrettanta attenzione. 

Ma le dipendenze sono tutte uguali?

Rimane da stabilire se le dipendenze dalle nuove tecnologie siano paragonabili, dal punto di vista fisiologico, alle dipendenze da abuso di sostanze. Diversi ricercatori si stanno cimentando in questo campo perché alcuni psichiatri hanno riconosciuto nella dipendenza da Internet alcune caratteristiche tipiche dei comportamenti compulsivi, ma non è stata rilevata corrispondenza fisiologica.

Non è chiaro se questa dipendenza sia una malattia a sé stante e quindi sembrerebbe prematuro parlare di disordine mentale specifico associato alla dipendenza da Internet.

Uno degli studi fisiologici che sembrano dar ragione a questa posizione è quello portato a termine all’Università di Medicina di Berlino. I ricercatori del Dipartimento di psichiatria sono andati a dosare i livelli del BDNF (brain derived neurotrophic factor) in pazienti con evidente compulsività per il gioco su internet. Il BDNF è una molecola coinvolta nel mantenimento dei disordini da dipendenza da sostanze, ma non è stata trovata correlazione tra i livelli dei pazienti con IUD (Internet use disorders) e quelli di controllo.

Sembrerebbe quindi che la IUD e i disordini da dipendenza abbiano una differente patofisiologia e quindi che non tutte le dipendenze abbiano alla base lo stesso meccanismo biologico. Siamo però ancora in una fase precoce di studio in questo campo e tutte le ipotesi non possono ancora essere scartate.

BIBLIOGRAFIA 

 

 

A cura di Ivan Vaghi. Revisionato da Mirko Zago.

 

 

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