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I SISTEMI CON CUI IL NOSTRO CERVELLO HA A CHE FARE CON IL MONDO

SARÒ PRONTO?

di Lorenzo Lodde (keyword: cervello)

Fermati un attimo. In questo momento stai dedicando la tua attenzione a un mucchio di simboli su un piano luminoso. E adesso stai riflettendo su quello che stai facendo. Intorno a te intanto il mondo continua non soltanto a girare, ma anche a stimolare i tuoi sensi, anche se non te ne rendi conto consciamente. Dove vanno a finire tutte queste informazioni (ir)rilevanti? La risposta a questa domanda è contenuta nel prossimo mucchio di simboli: dedicherai loro la tua attenzione?

OH MIO DIO! UN MARE DI INFORMAZIONI AL NOSTRO CERVELLO

Torniamo un po’ indietro.

7:00 a.m.

Suona la sveglia.

Il cervello di Mario Rossi, 47 anni, geometra di Catanzaro viene catapultato nello stato di coscienza e, nel tentativo di zittire le urla meccaniche di quell’infernale apparecchio regalatogli dalla figlia, apre gli occhi e accende la luce. Faticosamente. Molto faticosamente. A questo punto avviene un miracolo: milioni di terminazioni nervose nella retina all’interno del suo occhio ricevono una valanga di informazioni sul mondo circostante, un caleidoscopio di colori in continuo mutamento a cui si aggiungono gli aggiornamenti sulla posizione del suo corpo, il leggero prurito al tallone destro, il dolore alla cervicale, l’odore del caffè in cucina e così via. Ma per Mario, 47 anni, geometra di Catanzaro, in realtà non sta avvenendo nulla di così entusiasmante: non si accorge di nulla di tutto ciò e dirige pigramente la sua mano paffuta verso il suo nemico-sveglia, cercando il tasto di spegnimento.

Com’è possibile?

A volte la quantità di avvenimenti che ci passano davanti inosservati nell’arco persino di un secondo ci può lasciare sbigottiti e tristi. “Se solo esistesse una magica pillola che mi rendesse capace di non perdermi queste preziose informazioni…”. In realtà esiste ma, credetemi, il finale di questa storia con le pillole non è “felici e contenti”. Quindi partiamo con questo assunto principale: siamo circondati da un’impressionante quantità di informazioni, ma, per vivere, dobbiamo ignorarne il 99%. Se entrassimo nel cervello di Mario e cercassimo di capire i meccanismi con cui quel 99% viene buttato nel cestino senza troppe cerimonie, potremmo individuare tre principali sistemi di “gestione-dati”: il sistema noradrenergico, il sistema dopaminergico e il sistema serotoninergico.

Questi tre sistemi vanno immaginati come gruppi di neuroni che inviano i loro ordini di filtro-informazioni in varie aree del cervello, ognuno con uno scopo.

Diamoci dentro!

ATTENZIONE! LA NORADRENALINA

Il sistema noradrenergico è rappresentato da gruppi di neuroni che utilizzano come neurotrasmettitore la Noradrenalina: nel cervello un neurotrasmettitore non è altro che il mezzo chimico con cui un neurone parla con un altro e rappresenta la carta d’identità e il “mestiere” di vasti gruppi di neuroni. Se dovessimo usare una metafora, potremmo dire che il sistema noradrenergico è l’impresa elettrica principale della città chiamata Cervello: si occupa principalmente di tenere la città accesa e funzionante durante la giornata e di distribuire l’energia dove ce n’è più bisogno. In questo senso, la noradrenalina consente di tenere la corteccia vigile nel periodo di veglia e di dirigere verso certe tipologie di input sensoriali l’attività di vasti gruppi neuronali, determinando ciò che noi chiamiamo comunemente attenzione. L’attività del sistema noradrenergico varia durante la giornata, aumentando nelle ore di luce e diminuendo nelle ore notturne, determinando la nostra sensazione di stanchezza (per lo meno quella mentale) che rende così faticoso dedicare attenzione alle pressanti richieste del vostro marito/moglie o madre/padre dopo una lunga giornata di lavoro. Da ciò si può intuire che se per caso il nostro sistema noradrenergico incominciasse a fare un po’ di testa sua, i problemi a cui andremmo incontro sarebbero problemi di sonno, di iper-vigilanza (meglio conosciuta come ansia) e disturbi dell’attenzione.

CHE GODURIA! LA DOPAMINA

Dicevamo che i neuroni noradrenergici hanno quindi il fondamentale compito di selezionare quelle informazioni rilevanti per noi e dedicare loro la giusta concentrazione rispetto al restante 99%. Ma qui sorge un problema: come fa a capire quali siano quelle rilevanti e quali no? Tira una monetina? O meglio, un miliardo di monetine? Fortunatamente per noi (e per i salvadanai di tutto il mondo) non è così. Madre natura ha “costruito” e scolpito nel tempo il nostro cervello con dei sistemi in grado di riconoscere pacchetti di informazioni rilevanti per la nostra sopravvivenza, siano essi pericolosi o necessari per essa: in questo secondo caso, il sistema che riconosce questi pacchetti è il sistema dopaminergico (o è strettamente integrato a esso).

Come quello noradrenergico, il sistema dopaminergico consiste in gruppi di neuroni che utilizzano la dopamina come neurotrasmettitore. Questi neuroni ricevono informazioni da moltissime aree cerebrali e ne inviano ad altrettante. Le loro vie nervose influenzano anche il sistema noradrenergico e a sua volta vengono influenzate da esso. Ma qual è esattamente il suo ruolo?

Supponiamo che mentre tu stia leggendo queste parole ti venga fame.

In particolare, dato il tuo amore per i dolci, pensi che ci vorrebbe proprio un bel pezzo di cioccolata. Che fare? Semplice! Ti alzi (a meno che non stia leggendo in piedi), se fossi a casa ti dirigeresti verso la cucina, apriresti il frigorifero e osserveresti con trepidazione lo scomparto in cui tu, tua mamma, la tua fidanzata o il tuo coinquilino riponete abitualmente la cioccolata: ce n’è! È proprio lì!

Scarteresti meticolosamente il pacchetto di carta e alluminio che lo avvolge e ne staccheresti due quadretti (o tre chissenefrega, tanto la prova costume è già superata) e a ogni centimetro di avvicinamento alle papille gustative sembrerebbe che una sensazione avvolgente e trascendentale si stia impossessando di te: questa sensazione è la dopamina. Essa stava aumentando durante tutta la missione “alla conquista del cioccolato” e sta avendo un picco nel momento in cui si è più vicini all’obbiettivo. La dopamina infatti ha il delicato ruolo di segnalatore di prossimità fra un desiderio e la realtà: più la distanza fra questi si fa più piccola più il sistema dopaminergico si attiva, rinforzando e promuovendo quei movimenti, quei comportamenti che ci avvicinano a ciò che desideriamo (la dopamina ha infatti un importantissimo ruolo nella regolazione del movimento, la cui disfunzione causa il morbo di Parkinson).

C’è una sorta di elemento poetico dunque quando si sostiene che il piacere in realtà sia la dopamina: si sta sostanzialmente dicendo che non si prova piacere quando abbiamo realizzato i nostri desideri, ma quando stiamo desiderando. L’ha capito alla grande Campari soda con il suo slogan

È l’attesa del piacere essa stessa il piacere?

Alcolici a parte, nella storia la dopamina ha assunto anche degli aspetti più oscuri: se per definizione il piacere è ciò che vogliamo provare, che succederebbe se esistessero sostanze chimiche in grado di stimolare direttamente la secrezione di dopamina e la sua dolce conseguenza? Queste sostanze ovviamente esistono e sono chiamate sostanze d’abuso: il problema di queste è che stimolano non solo una secrezione enorme di dopamina, ma inducono lo stesso sistema dopaminergico a diminuire la propria attività per controbilanciare questo eccesso in modo che, col tempo, la sostanza d’abuso non servirà più a provare piacere ma a non provare il suo opposto (cioè per riportare i livelli di dopamina di nuovo al normale), il tutto associato a tutta una serie di ulteriori effetti avversi in omaggio.

(Se ti interessa approfondire l’argomento della dipendenza da sostanze d’abuso leggi anche “Dipendente – Mente (o mente dipendente” di Ivan Vaghi)

Esiste poi un altro problema collegato alla dopamina: poco fa abbiamo messo in luce come essa abbia un importante ruolo nello stabilire la vicinanza fra ciò che è semplicemente nella nostra testa (il nostro obbiettivo teorico) e la situazione reale, in modo da regolare le varie strategie per farle coincidere. Ma che succederebbe se ad esempio per qualche motivo i livelli di dopamina aumentassero senza freno? Probabilmente la nostra percezione di questa vicinanza fra pensieri e realtà aumenterebbe per poi farsi sempre più sfumata, fino a svanire del tutto: questo è ciò che avviene nel delirio e nelle allucinazioni della schizofrenia.

SARÒ PRONTO? LA SEROTONINA

E ora passiamo a un nuovo problema: abbiamo visto finora due sistemi che sono in grado di tenere il cervello “sintonizzato” con l’ambiente circostante, di rilevare oggetti di interesse (prede, partner sessuali, quel delizioso pezzo di cioccolata) e di spingerci attivamente verso l’ottenimento dei nostri obbiettivi; ma come la mettiamo se le cose si fanno un filo più complicate?

Ad esempio se il pezzo di cioccolata fosse in possesso di un energumeno dalla faccia poco simpatica (e presumibilmente poco incline alla generosa condivisione del proprio patrimonio cioccolatoso)? In questo caso si rende necessario non solo individuare l’obbiettivo, ma anche stimare probabilisticamente le nostre chance di raggiungerlo.

A questo riguardo prendiamo in considerazione una situazione più vicina alla comune esperienza: a molti sarà capitato a scuola o all’università di essere in attesa di sostenere un esame o un test. A meno che non siate capitati lì per caso guidati da un bug su Google Maps che vi ha portato all’aula 114 della facoltà di Matematica mentre in realtà cercavate una pizzeria, il vostro obbiettivo è superare l’esame o il test. È probabile che in quella snervante attesa avrete a che fare con tre diversi tipi di studenti che aspettano la fatidica interrogazione/test:

  1. lo studente che ha studiato per quarantaquattromila anni col resto di due, ma, nonostante ciò, è convinto di non sapere nulla;
  2. lo studente che ha letto il libro una volta ed è convinto di sapere tutto;
  3. lo studente che potremmo definire con una stima media della propria preparazione, una sorta di via di mezzo fra i primi due.

Come molti staranno pensando riguardo a questi tre tipi, non sempre le cose vanno come lo studente prevede, il risultato non è per niente ovvio: tutti condividono lo stesso obbiettivo, ma esistono studenti del tipo 1 che poi vanno benissimo, ma anche alcuni che poi vanno effettivamente male e lo stesso si può dire dei tipi 2 e 3. Si potrebbe dire che il risultato è in qualche modo “slegato” dalle aspettative del singolo studente. Che la stima delle nostre chance non corrisponda alle nostre chance effettive. Ma allora se non è la preparazione effettiva che determina la sicurezza o l’insicurezza dei nostri poveri amici alle interrogazioni, che cos’è che la determina?

La risposta a questa domanda sta in un curioso composto chimico da venticinque atomi: la serotonina. Il suo ruolo è a prima vista semplice, ma scopriremo poi quanto possa avere ripercussioni su molti altri ambiti.

Quando abbiamo un obbiettivo (per esempio superare l’esame), il sistema serotoninergico deve dare una stima della realizzabilità del nostro piano per raggiungerlo, rispetto alle capacità (per esempio eloquenza, capacità di parlare) e alle informazioni (quantità di studio) di cui disponiamo. Si potrebbe intendere come una sorta di comitato d’esaminazione mentale che ci risponde alla domanda “Sono in grado? Sarò pronto?”.

In un senso più generale, la serotonina da una sfumatura (positiva o negativa) a chi siamo, alla storia mentale della nostra vita e alle micro-storie che la compongono: molta serotonina si traduce in una storia (o micro-storia) con sfumatura positiva, che determina un umore positivo; poca serotonina darà alla stessa identica situazione uno sfondo negativo, determinando un umore malinconico.

A prima vista vi sembra scontato che è meglio avere molta serotonina piuttosto che poca? Perché che diamine, dopotutto meglio pensare che vada tutto bene! Meglio provare, buttarsi nelle cose e vedere come va che non provare affatto giusto?

Se siete completamente d’accordo con queste parole, è probabile che abbiate un tono alto di serotonina.

Se invece non siete d’accordo e storcevate il naso pensando “No aspetta un attimo, potresti essere completamente impreparato…potrebbe essere un disastro!” è probabile che abbiate un tono serotoninergico basso.

Inoltre, se vi siete riconosciuti in uno di questi due modi di pensare, notate che l’avete fatto in maniera totalmente arbitraria: non è stato fatto alcun esempio specifico, nessuna situazione che poteva darvi indizi su cosa fosse più giusto fare in determinate condizioni. Essere sicuri di sé stessi può essere un vantaggio in alcune situazioni, ma non in altre così come essere insicuri è un vantaggio in certe situazioni, ma non in altre (e qui Darwin ci sorride dal paradiso degli scienziati).

Il tratto della funzione serotoninergica (tono alto Vs tono basso) è stato conservato in molte varianti per risolvere un problema fondamentale del comportamento umano: noi non abbiamo la minima idea di come stiano effettivamente le cose dato che non disponiamo mai del 100% delle informazioni che riguardano una situazione, siamo tutti, infondo, un po’ ignoranti. Questa genialata l’ha partorita più di duemila anni fa un greco, un certo Socrate, molto prima che fossero disponibili le conoscenze sulla biologia evoluzionistica, le neuroscienze, la teoria dei giochi e così via: e credo non l’abbia nemmeno infilato nel curriculum. Dunque l’animale Homo sapiens (e assieme a lui anche tutti gli altri animali) deve agire sempre con informazioni insufficienti per la propria scelta e la serotonina è quel sistema che lo aiuta, a un certo punto, ad agire comunque, solo che quel “certo punto” è diverso per ognuno di noi.

E se il sistema serotoninergico non funzionasse adeguatamente? Ad esempio se avesse un tono smisurato, la persona risulterebbe avere un tono dell’umore a mille, comportamento sociale molto (forse troppo) espansivo, associato quindi a un’estrema fiducia nelle proprie possibilità, buttandosi a capofitto in qualsiasi (folle) occasione gli si presenti davanti: detto in termine tecnico, parliamo di mania. Al contrario se il tono serotoninergico fosse carente ci aspetteremmo una persona malinconica e triste, che tende a isolarsi socialmente e con una cronica sensazione che tutto nel mondo sia decisamente troppo per lei: in questo caso parliamo di depressione.

Anche questo ultimo sistema non si erge indipendente sugli altri due precedenti, ma è influenzato da essi e li influenza a sua volta: lavorano tutti e tre come un team (assieme a tanti altri sistemi del cervello che non sono qui argomento di trattazione) che ogni giorno cercano di tirare fuori dal letto Mario Rossi, 47 anni, geometra di Catanzaro, di fargli fare colazione, la doccia, andare al lavoro, di litigare, ridere, fare l’amore con la moglie eccetera eccetera.

CONCLUSIONI

Spero che questo articolo vi sia servito per districarvi in mezzo alla matassa di informazioni da cui siete circondati, a volte confuse, contraddittorie, sconfortanti, ma che allo stesso tempo sia riuscito a stuzzicare la vostra curiosità, spingendovi a non fermarvi qui. È vero, non avremo mai tutte le informazioni che ci servono, ma ognuno di noi ha le qualità per migliorare le proprie conoscenze e fare una scelta più ragionata, più “giusta”. Mai come oggi gli uomini hanno avuto a disposizione così tante informazioni utili al miglioramento della propria vita, però adesso il problema non è più reperirle, ma filtrarle.

La sfida del nostro tempo, la NOSTRA sfida, non è conoscere di più, è conoscere meglio.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Lorenzo Lodde. Revisionato da Fabio Porru.

 

 

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