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Come curare il diabete di tipo 1!

IL PRIMO TRAPIANTO BIOTECH DI ISOLE PANCREATICHE, ESEGUITO DALL’ITALIANO CAMILLO RICORDI, APRE LA STRADA PER CURARE IL DIABETE DI TIPO 1.

Sono numerosi i medici, i ricercatori e gli scienziati impegnati nel migliorare e allungare la vita a tutti noi, non da ultimo, il Dott.Camillo Ricordi presidente del Diabetes Research Institute (Dri) dell’Università di Miami in Florida (USA).

L’italiano è riuscito ad eseguire il primo trapianto di isole pancreatiche biotech per curare il diabete di tipo 1.

La tecnologia è sempre stata un valido alleato contro diverse patologie ed è stata in grado di favorire lo sviluppo della medicina stessa. In ogni caso, la componente che fa davvero la differenza è l’uomo. Molto spesso, in medicina, l’intuizione è la chiave per ottenere ottimi risultati.

E diciamo che il dottor Ricordi ha avuto un ottima intuizione.

Un po’ di background.

Nei pazienti affetti da diabete di tipo 1, le cellule, che producono insulina nel pancreas, vengono fagocitate e in parte distrutte dal sistema immunitario. Si ritiene, infatti, che il diabete di tipo 1 sia una malattia autoimmune. Attualmente, per curare il diabete, si utilizza la somministrazione giornaliera di insulina.

Tuttavia, esistono diversi pazienti che, da anni, hanno ricevuto un trapianto di isole pancreatiche non avendo più bisogno  delle iniezioni di insulina, ma questo viene solitamente effettuato infondendo le isole pancreatiche nel fegato. In questa sede, il contatto delle isole con il sangue può scatenare una reazione infiammatoria deleteria per i tessuti.

Bioingegneria tissutale.

La nuovissima tecnica prevede il trapianto di isole pancreatiche con tecniche di ingegneria tissutale, all’interno di un’impalcatura biologica (Biohub) e riassorbibile, sulla superficie dell’omento (una porzione sierosa peritoneale collocata nella cavità toracica). In questo modo si ottiene lo stesso apporto di sangue e le stesse caratteristiche di drenaggio del pancreas “naturale”, minimizzando la reazione infiammatoria e quindi il danno alle isole trapiantate (AdnKronos, 2015).

Inoltre, l’accesso al sito, si effettua in laparoscopia (chirurgia mininvasiva).

Una delle piattaforme per il BioHub è, una struttura biodegradabile, costituita da una combinazione di plasma prodotto dal paziente e trombina (un enzima coinvolto nelle coagulazione del sangue). Le due sostanze, se unite, creano una struttura gelatinosa che aderendo all’omento riuscirebbe a mantenere le isole in sede. (Diabet Reaerch Insitute, 2015)

L’organismo potrebbe, in tal modo, assorbire gradualmente il gel, lasciando le isole intatte. Si formerebbero nuovi vasi sanguigni che fornirebbero ossigeno e altri nutrienti necessari per la sopravvivenza delle nuove cellule del pancreas. Questo studio pilota prevede un regime immuno-soppressivo, attualmente in uso negli studi sul trapianto di isole pancreatiche, e sarà limitato ad un numero ristretto di partecipanti.

Il trial clinico.

Il trial clinico, in fase I/II, è stato di recente approvato dalla Food and Drug Administration (F.D.A.). Il DRI, il Niguarda, il San Raffaele e l’Ismett di Palermo hanno tutti contribuito, con le loro pubblicazioni all’avanguardia, a rendere realizzabile questo studio (AdnKronos, 2015).

La procedura vuole testare l’omento come sede per il trapianto del Biohub (Diabet Reaerch Insitute, 2015).

Si spera che, se la ricerca continuerà, l’impianto del BioHub diventi una tecnica di routine. Il Biohub è un “mini organo” bioingegnerizzato che imita le funzione del pancreas ripristinando la corretta produzione di insulina nei pazienti con diabete di tipo 1.

Riuscendo a curare il diabete di tipo 1.

Cosa ci aspettiamo dal futuro?

Al termine del trial clinico avremo la conferma della sicurezza della procedura. Sarà quindi possibile aggiungere altre componenti per favorire lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni, il trasporto di ossigeno e la protezione delle cellule produttrici di insulina trapiantate (AdnKronos, 2015).

La riduzione e infine eliminazione dell’immuno-soppressione sistemica potrà essere di grande giovamento rendendo più facile il recupero dei pazienti sottoposti al trattamento.

 

A cura di Simone Giorgini. Revisionato da Mirko Zago.

Bibliografia:


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