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CO-EVOLUZIONE TRA ANIMALI E UOMO

QUELLA MAGIA BIOLOGICA CHE SPIEGA PERCHÉ UN CANE CI RIPORTA LA PALLINA, E UN LEONE NO (O NON DOVREBBE)

Le strade evolutive dell’Homo sapiens e del cane circa 25 mila anni fa si sono incrociate, andando a creare quella che si definisce Co-Evoluzione inter-specifica. Tale processo ha portato a sviluppare un peculiare sistema comunicativo e un legame che l’Homo sapiens può ritrovare solo nel Canis lupus familiaris e viceversa. Altri animali tuttavia, hanno stabilito un rapporto simile con l’Uomo: gli animali domestici. Le specie selvatiche invece si sono evolute indipendentemente dall’Uomo e questo spiega il motivo per cui non dovrebbero vivere a stretto contatto con questo.

LA CO-EVOLUZIONE CANIS LUPUS FAMILIARIS E HOMO SAPIENS

Canis lupus familiaris e Homo sapiens hanno incrociato le loro strade evolutive circa 15/35 mila anni fa.
Tuttavia, geneticamente, alcuni lupi hanno iniziato il processo evolutivo del diventare cani circa un centinaio di migliaia di anni fa: la maggior parte delle teorie evoluzionistiche sposano l’idea che i primi esemplari di cani “primitivi” abbiano trovato resti di animali cacciati vicino ai primi accampamenti umani, protezione da altri carnivori e spesso il calore del fuoco. L’Uomo, d’altra parte, ha trovato nel cane un ottimo alleato per la caccia e un’efficace guardia da altri predatori fuori dalle capanne. Un do ut des che, circa 25 mila anni fa ha reso possibile che l’Uomo domesticasse il cane e il cane addomesticasse l’Uomo. Le loro strade evolutive si sono incrociate, sviluppando un legame di co-evoluzione tra due specie diverse.
La co-evoluzione intraspecifica è quel processo mediante il quale due specie appartenenti a due linee evolutive parallele, in un determinato momento della storia evolutiva, si sono incrociate modificando il resto dell’evoluzione per entrambe le specie.
In poche parole, l’Uomo non sarebbe quel che è oggi se non avesse mai incontrato il cane e viceversa.

Basti pensare che uno studio giapponese del 2015 pubblicato su Science ha dimostrato che il solo sguardo reciproco tra cane e umano stimola in entrambi la secrezione di ossitocina (chiamato “ormone dell’amore”).

Cosa che, secondo i ricercatori di Tokyo, durante gli esperimenti, non è avvenuto tra Uomo e lupo. Tra Canis lupus familiaris e Homo sapiens sembra quindi esserci, anche a livello endocrino, lo stesso rapporto che c’è tra madre e figlio o tra partners. Non si tratta solo del migliore amico dell’Uomo, ma anche geneticamente della miglior co-evoluzione mai riuscita.
Insomma, approssimativamente 25 mila anni di domesticazione hanno fatto in modo che cane e Uomo creassero questo peculiare legame che solo in casi di simbiosi sembra esserci, che sviluppassero un unico sistema comunicativo intra-specifico e che da entrambe le parti si perdesse la paura e l’aggressione a favore invece di un rapporto più amichevole e basato sulla fiducia reciproca.

LA DOMESTICAZIONE E L’ANIMALE ADDOMESTICATO: DUE CONCETTI DIVERSI

In effetti, si parla di domesticazione (da domus: casa) per definire quel processo attraverso il quale un’intera specie animale si adatta all’Uomo attraverso svariate modificazioni genetiche che avvengono nel corso di generazioni e attraverso una serie di eventi di adattamento prodotti dall’ambiente. Nel caso del cane, tutto ciò è successo nell’arco di 15-35 mila di anni, e sta ancora accadendo.
Nel corso di molte migliaia di anni, solo poche specie sono state domesticate, mentre altre potrebbero non esserlo mai, nemmeno dopo molte generazioni di allevamento selettivo. Si parla invece di animale addomesticato o ammaestrato quando il processo di addomesticazione riguarda un singolo individuo, reso docile ed obbediente, ma la cui specie di appartenenza rimane selvatica e geneticamente uguale all’esemplare divenuto mansueto.
Il cane è un animale domestico, il leone del circo è un animale addomesticato:  la differenza la si trova nella componente genetica che ci permette di distinguere un cane dal lupo e che non differenzia invece il leone nato e cresciuto in cattività (anche da numerose generazioni) e il leone selvatico della savana africana.
Altre differenze riguardano la morfologia, la fisiologia e l’etologia: lo sviluppo secondo caratteristiche diverse è il risultato del processo di domesticazione a cui sono stati sottoposti gli animali selvatici, e ha condotto a un relativo ridimensionamento della corporatura, a una maggiore variabilità nella tipologia, nella grossezza, nella colorazione e nel tipo di pelo dell’animale.
Una tigre addomesticata, rimane un animale selvatico la cui condotta (del singolo) è stata modificata per soddisfare i bisogni dell’Uomo, ma rimane tuttavia un animale appartenente ad una specie selvatica e la genetica del singolo individuo addomesticato è identica a quella dei conspecifici wild, così come i suoi bisogni etologici e perciò, sebbene cresciuta in cattività, la singola tigre non si può definire una animale domestico, ma addomesticato.

SIAMO DAVVERO SICURI DI AVER DOMESTICATO NOI I GATTI? O SONO STATI LORO A DOMESTICARE NOI? CO-EVOLUZIONE

Riassumendo quindi, un pappagallo non si è evoluto grazie all’Uomo e l’Uomo non si è evoluto grazie al pappagallo. Cosa diversa invece è avvenuta per altri animali come cani, cavalli, vacche, pecore, maiali e gatti.

I gatti, ad esempio, secondo un recente studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution dell’Università di Leuven e di Parigi, si sono evoluti parallelamente con l’Uomo fino a circa 10.000/6000 anni fa, fino a quando probabilmente gli insediamenti umani hanno iniziato ad essere infestati dai topi e sia per l’Uomo sia per il gatto è stata utile la collaborazione ed è quindi iniziato il processo di co-evoluzione.

Sebbene non sia ancora scientificamente chiaro quando sia iniziata la domesticazione del gatto, poiché alcuni la datano a circa 5300 anni fa in Cina ed altri presso gli antichi Egizi 10.000 anni fa, quello che si sa per certo però è che sono stati i roditori a spingere i gatti vicino agli insediamenti umani. Ciò ha portato oggi, dopo circa 7000 anni, il gatto domestico (Felis catus) ad essere geneticamente, etologicamente e morfologicamente diverso dal conspecifico selvatico (Felis silvestris). Alcuni ricercatori americani nel 2014 hanno scoperto che i gatti domestici hanno sviluppato un diverso metabolismo dei lipidi a causa di una dieta iper-carnivora e che tra gatti selvatici e domestici c’è una notevole differenza nei recettori olfattivi:  i recettori vomeronasali del gatto domestico hanno subito un’espansione del sistema chemiosensoriale per rilevare i feromoni a scapito del rilevamento degli odori.

Un recentissimo studio italiano pubblicato su Journal of Veterinary Behaviour, inoltre, ha osservato le differenze comportamentali tra gatti europei selvatici e gatti domestici. Sebbene i gatti selvatici fossero ospitati in un ambiente protetto, è stato dimostrato come anche etologicamente i gatti selvatici avessero comportamenti quali la vigilanza/attenzione e il marcare il territorio molto più frequenti rispetto alle osservazioni effettuate sui gatti domestici. Questi comportamenti tipici dell’ambiente wild e non umanizzato, secondo lo studio, sono stati persi o comunque diminuiti nel repertorio comportamentale del gatto domestico, che a ragion di logica etologica non dovrebbe aver bisogno di comportamenti anti-predatori o di territorialità.

Tuttavia per i felini, il processo di co-evoluzione non è stato determinante e incisivo come quello avvenuto nel Canis lupus familiaris: non sembra essersi ancora sviluppato un peculiare sistema comunicativo né un legame endocrino tra Uomo e gatto. I gatti si sono evoluti e hanno vissuto la loro vita parallelamente a quella dell’essere umano per migliaia di anni, senza aver bisogno di noi e ancora adesso, infatti, il gatto può sopravvivere benissimo anche senza l’Uomo. Ha mantenuto il suo adattamento selvatico all’ambiente non domestico, il suo istinto predatorio e l’utile diffidenza verso l’Uomo nella maggior parte dei casi. Pochi sono invece i casi in cui, cani randagi riescano a vivere dignitosamente anche senza l’aiuto dell’Uomo, e questo spiega chiaramente cosa si intende per processo di co-evoluzione.

L’ESPERIMENTO SULLA DOMESTICAZIONE. QUANDO L’UOMO RIESCE A FARE SCODINZOLARE UNA VOLPE SELVATICA

Nella seconda metà del Novecento un genetista sovietico iniziò a fare esperimenti su volpi selvatiche (Vulpes vulpes) utilizzate negli allevamenti da pelliccia per studiare il fenomeno della domesticazione e di come, secondo lui, fosse stato probabilmente il comportamento mansueto ad aver potuto effettivamente cambiare la morfologia e la genetica del lupo nel processo di trasformazione verso il cane. Dmitrji Beljaev fece quindi riprodurre solo gli individui più docili e mansueti ed effettivamente il processo di domesticazione che effettuò, portò le volpi a cambiare aspetto fisico e temperamento. L’esperimento è ancora in corso presso l’Istituto di Genetica di Novisibirsk e da 45 anni si sta dimostrando che le volpi utilizzate, divenute generazioni dopo generazioni sempre più docili, hanno iniziato ad avere una pelliccia più chiara, un ciclo mestruale semestrale, le orecchie più abbassate e la coda alzata. Etologicamente, il loro comportamento è più simile a quello di un cane che a quello di una volpe selvatica. I circa 2000 esemplari di volpi addomesticate, dopo 6 generazioni, hanno infatti dimostrato di essere meno schive nei confronti dell’Uomo e di avere tratti amichevoli e atteggiamenti confidenziali come lo scondizolio e il mugolio.
Sebbene la specie volpe, quindi, non abbia subito una co-evoluzione assieme a Homo sapiens, l’Uomo era riuscito in qualche modo ad addomesticare alcuni individui nel corso degli anni, facendo accoppiare solo certi individui con determinate caratteristiche fisiche e comportamentali, e a creare artificialmente dunque una sorta di volpe domestica, socio-cognitivamente evoluta a vivere con l’Uomo.

L’esperimento sulle volpi argentate sovietiche è stato uno degli unici al mondo nella storia scientifica a dimostrare che specie selvatiche possono essere domesticate, cambiando geneticamente ed etologicamente gli individui con la sola perdita dell’aggressività e della paura. Tuttavia centinaia di generazioni di felini e altri animali selvatici a stretto contatto con l’Uomo (come nei circhi) non hanno reso possibile il cambiamento né etologico, né morfologico né genetico a livello di specie di leoni, elefanti, tigri etc.
Questo forse fa pensare che i canidi siano evolutivamente più domesticabili e umanizzabili dei felini e ciò (riflessione personale) potrebbe essere dovuto alla necessità dei canidi di avere una definita gerarchia di dominanza e di creare gruppi sociali familiari con una decina di individui, cosa che nei felini, generalmente più solitari, non succede. Per questo, probabilmente, la figura dell’Uomo come parte del gruppo familiare, per un cane ha molto più valore che per un gatto.

PERCHÉ UN LEONE NON PUÒ E NON DOVREBBE RIPORTARE LA PALLINA

Per concludere quindi, non tutte le specie di animali possono essere rese domestiche e per quelle selvatiche, che hanno determinate necessità etologiche imprescindibili con la vita antropica, non è naturale, né etologicamente né biologicamente sano vivere a stretto contatto con l’Uomo in quanto tali necessità non potranno mai essere soddisfatte.
Sanitariamente parlando, le specie selvatiche hanno un diverso sistema immunitario rispetto alle domestiche che hanno, invece, sviluppato un sistema immunitario e di difesa virale adatto all’ambiente umano e urbano. Per tale motivo gli animali selvatici sono maggiormente esposti ai virus umani (Come l’Herpes simplex HSV-1 il classico virus dell’Herpes labiale), che in alcuni casi per gli animali selvatici possono essere letali.
Eticamente ed etologicamente, invece, un animale selvatico reso docile viene privato della sua natura e sebbene sia stato ammansito e addomesticato, la sua specie di appartenenza rimane selvatica e per questo motivo ogni cambiamento comportamentale che volontariamente o involontariamente l’animale subisce viene definita violenza etologica.

Per citare il filosofo studioso dell’animalità (umana e non) Felice Cimatti, una tigre che non è in grado di esprimere il suo etogramma (repertorio comportamentale tipico di una data specie) non è una tigre, così come una zecca, che finché si trova immobile su un filo d’erba in attesa di succhiare il sangue da un mammifero non è una zecca, ma ha solo le potenzialità e le funzionalità di esserlo. Un animale, cioè, si può definire tale solo quando si manifesta la sua animalità: quando caccia, quando scappa da un predatore, quando si procura un riparo per la notte, quando cerca un partner riproduttivo oppure quando interagisce con le altre specie ed è animale solo quando può occupare la sua nicchia ecologica specie-specifica.

In una recente review del dipartimento di Animal Behavior and Welfare Research Group dell’Università inglese di Gloucestershire sono stati analizzati i motivi principali di carenza di benessere e di problemi sanitari negli animali selvatici tenuti come animali domestici. Sono stati quindi indagate le condizioni di vita in cattività e quelle che dovrebbero essere quelle etologiche e sanitarie in natura di pappagalli (psittaciformes), roditori quali conigli, lepri, degu (Octodon degus), porcellini d’India, rettili e anfibi.
Nello studio si sottolinea come la mancanza di conoscenza etologica, sanitaria, alimentare e biologica delle specie selvatiche commercializzate come pet metta a repentaglio la salute, il benessere e in alcuni casi la vita degli animali selvatici che teniamo in casa, oltre a provocare insoddisfazione e frustrazione nei proprietari di questi.
I ricercatori rimarcano sul concetto secondo cui gli animali selvatici hanno bisogni ed esigenze etologiche che possono essere soddisfatte adeguatamente solo in natura per ragioni di spazio e di relazioni e composizioni sociali. Queste esigenze biologiche in casa logicamente, non possono essere appagate sufficientemente per garantire un buon livello di Welbeing: un concetto profondamente più radicato nel benessere psico-fisico e legato alle necessità biologiche specie-specifiche e non solo ai bisogni fisiologici, fisici e vitali dell’animale (Welfare) che in questo caso in ambienti domestici potrebbero anche essere soddisfatti.
Ma non sarebbe sufficiente una sola condizione di Welfare per poter parlare di benessere in toto.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Chiara Grasso. Revisionato da Davide Maspero.

 

 

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About the Author : Chiara Grasso

Etologa esperta in benessere ed etica animale, crede che l’educazione sia l’arma migliore per cambiare il mondo.

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