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CANNABIS TERAPEUTICA, MARIA -CHE- SALVA(DOR)

L’ERBA CHE CURA

di Flavia Mezja (keyword: cannabis)

Cannabis: spesso se ne parla, solitamente riguardo alla legalizzazione e non ai suoi effetti oppure ci si concentra su questi ultimi ma troppo approfonditamente per poterci capire qualcosa.

E quindi, a livello medico, a cosa serve? Perché ci sono pazienti che la chiedono? In quali patologie si rivela utile?

Cominciamo con una spiegazione del motivo fisiologico per cui i cannabinoidi (le molecole psicoattive della cannabis) causano effetti nel nostro corpo.

Quando consumiamo cannabis, le sostanze presenti nella pianta penetrano nel nostro flusso sanguigno e si spargono in tutto il corpo. Le sostanze più conosciute sono il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD). Una volta nel nostro corpo, interagiscono con speciali recettori dei cannabinoidi, i CB1 e i CB2.

Tali recettori formano il sistema endocannabinoide (ECS).

Questi recettori si trovano in tutto il corpo, tra cui polmoni, reni, nel tratto gastro-intestinale, nel sistema nervoso centrale e in quello immunitario. Il sistema endocannabinoide collabora nella gestione di svariati processi fisiologici, come l’appetito, la gestione del dolore, l’umore e la memoria.

Il nostro corpo è in grado di produrre autonomamente cannabinoidi, detti in questo caso cannabinoidi endogeni, l’anandamide e l’arachidonoilglicerolo (2-AG). L’anandamide, ad esempio, viene prodotta dopo l’esercizio fisico e potrebbe essere responsabile delle sensazioni di euforia e della ridotta percezione del dolore che molte persone avvertono subito dopo un allenamento (in gergo tale sensazione viene chiamata “sballo del corridore“).

GLI EFFETTI PSICOTROPI DEL THC

Il THC è il principale composto psicoattivo contenuto nella cannabis ed è il responsabile del cosiddetto stato di “high“, ovvero, di eccitazione. Gli effetti del THC variano a seconda della sua concentrazione e già a piccole percentuali possono stimolare il cervello. Normalmente, si avvertono sensazioni di euforia, rilassamento, appesantimento ed appetito. È proprio questa capacità di alterare i sensi che ha reso illegale il THC in gran parte del mondo.

Lo “sballo” che il THC crea ha fatto sì che venissero create leggi per vietarla, andando però a limitare l’uso di tipo terapeutico. Nonostante ciò, il THC ha mostrato interessanti proprietà anche nel campo della medicina. La ricerca biomedica ha già ottenuto promettenti risultati per un’applicazione con fini terapeutici.

È stato infatti dimostrato che può agire efficacemente contro malattie croniche o gravi e disturbi di varia natura, offrendo sollievo dal dolore laddove i convenzionali farmaci hanno fallito o non possono essere utilizzati per i loro dannosi effetti collaterali.

Gli effetti del THC sono estremamente variabili da persona a persona, a volte persino opposti in due diversi individui. In alcune persone può produrre sensazioni di calma e tranquillità, invece, in altre, può provocare ansia. Allo stesso modo, mentre alcuni individui lo considerano una “ninna nanna” per addormentarsi, per altri è una sostanza che rende nervosi ed agitati.

La ricerca non ha ancora scoperto con esattezza le cause di tali effetti opposti. Il motivo potrebbe riguardare i processi biologici diversi in ciascun individuo, oppure, concentrazioni di THC diverse e una diversa interazione con gli altri cannabinoidi presenti nella cannabis.

I RISCHI DI UN CONSUMO REGOLARE DI CANNABIS CON ALTE CONCENTRAZIONI DI THC

Nel 2016, alcuni scienziati della Cambridge University hanno analizzato in che modo l’utilizzo regolare di THC influenzi la struttura del cervello.

Il consumo regolare di cannabis con elevate concentrazioni di THC sembra aumentare il rischio di psicosi (una tipologia di disturbo psichiatrico, espressione di una severa alterazione dell’equilibrio mentale dell’individuo, con compromissione dell’esame di realtà, frequente assenza di autoconsapevolezza della malattia, e frequente presenza di disturbi del pensiero come deliri e allucinazioni) nei soggetti già predisposti a tale condizione (o a varianti della psicosi, come la schizofrenia).

Altri studi han mostrato che il consumo abituale di cannabis potrebbe accelerare di circa 3 anni la comparsa di psicosi nei soggetti predisposti e che il consumo regolare di cannabis ricca di THC potrebbe provocare una riduzione della memoria (per ogni 5 anni di consumo di cannabis, i soggetti dimenticavano 1 parola in una lista di 15 termini).

Lo studio, pubblicato su JAMA International Medicine Journal nel 2016, consiste nel somministrare il “Rey Auditory Verbal Learning Test” per testare la memoria verbale (che consiste nel saper ripetere più parole possibili di elenchi che vengono proposti), il “Digit Symbol Substitution Test” per misurare la velocità di ragionamento mentale (basato sul riconoscimento dei simboli) e lo “Stroop Interference Test” per la funzione esecutiva (in cui, per esempio, bisogna dire con quale colore è scritta la parola “rosso”, ma questa è scritta in blu, generando così confusione mentale).

Un altro studio pubblicato su Molecular Psychiatry dimostra che la cannabis ricca di THC può anche indurre un’alterazione della memoria creando dei falsi ricordi in cui eventi immaginari sono confusi con eventi reali (leggi anche: “Come i ricordi vengono creati, distrutti o rievocati” di Eleonora Terrabuio).

IL CBD: UN CANNABINOIDE NON PSICOATTIVO CON EFFETTI TERAPEUTICI

La principale differenza del CBD, l’altra sostanza contenuta nella cannabis, è che quest’ultimo è un composto non attivo sulla psiche, ovvero non provoca alcuna forma di “high”. Ciò, ovviamente, è stato accolto con particolare entusiasmo dal mondo scientifico e soprattutto medico ma le sue potenziali applicazioni sull’uomo sono ancora oggi in fase di studio.

Grazie alle sue proprietà non psicoattive, l’uso di questo cannabinoide è considerato sicuro e legale in tutto il mondo. Tuttavia, la stretta parentela con il THC tende a mettere, erroneamente, sullo stesso piano questi due composti.

Il CBD ha dimostrato di essere particolarmente efficace nel trattamento della schizofrenia, il disturbo d’ansia sociale e la depressione, oltre a contrastare molti altri sintomi psicotici. Le persone affette da questi disturbi riescono a migliorare la loro qualità di vita grazie alle proprietà terapeutiche di questo cannabinoide, senza però essere costrette a gestire anche gli effetti collaterali potenzialmente indotti dal THC, come l’alterazione dei sensi e le sensazioni di appesantimento e di letargia. Per quali patologie viene prescritta?

Risulta efficace in caso di dolore cronico e di quello associato a spasmi dolorosi della sclerosi multipla e a lesioni del midollo spinale; nella nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, terapie per HIV; come stimolante dell’appetito nella cachessia, anoressia, bulimia nervosa, in pazienti oncologici o affetti da AIDS.

È utile con un effetto ipotensivo nel glaucoma, provoca la riduzione dei movimenti involontari del corpo e facciali nella sindrome di Gilles de la Tourette. Trova applicazione nella gestione dell’insonnia e del disturbo Post-Traumatico da Stress. E poi ancora è efficace contro ansia e depressione primaria o reattiva al presentarsi di una patologia, diversi tipi di cancro, Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia di Parkinson e di Huntington, Sclerosi Multipla ed epilessia.

Gli effetti collaterali includono diminuzione dell’appetito, diarrea, sonnolenza, stanchezza, e persino convulsioni. Altri effetti collaterali notoriamente provocati comprendono secchezza delle fauci, bassa pressione sanguigna, vertigini, e mancanza di energia.

E allora perché usarla in campo medico, considerando gli effetti collaterali indesiderati? Per il bilancio rischio-beneficio, ovviamente, a favore dei benefici in caso di patologie per cui ne è stata provata l’efficacia.

Inoltre, vale la pena notare che il CBD non viene ancora considerato una vera e propria medicina, in quanto richiede studi più approfonditi per delineare le sue potenziali proprietà e applicazioni. Attualmente, il CBD viene considerato un integratore alimentare, seppur consigliato a livello terapeutico. Ne è vietata la propaganda pubblicitaria ed è inserita nelle tabelle come sostanze stupefacenti. Quanto detto finora si riferisce ai risultati ottenuti dai primi studi in questo ambito.

Si deve anche considerare che, se il CBD viene fumato, il soggetto sperimenterà gli stessi effetti nocivi causati dal fumo proprio come un soggetto che fuma sigarette. Un’altra via di somministrazione è quella orale tramite un contagocce.

I prodotti edibili (commestibili) sono uno dei metodi per assumere cannabis terapeutica e sono realizzati inserendo nella ricetta olio o burro alla cannabis, per aggiungere cannabinoidi come CBD e THC a pasti e spuntini. La cannabis terapeutica è in realtà un insieme delle due molecole, con maggiore preponderanza del CBD (THC 5-8% e CBD 7,5-12%).

Un altro metodo di assunzione è la vaporizzazione. I vaporizzatori sono realizzati per estrarre i cannabinoidi presenti nella cannabis, senza bruciare il materiale vegetale o il concentrato.

LEGALIZZAZIONE E PRODUZIONE NAZIONALE PER L’USO MEDICO DELLA CANNABIS

Nel 2016, l’Italia ha avviato una produzione nazionale di cannabis per uso medico presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (autorizzato dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e la cui distribuzione è autorizzata dall’Organismo statale per la cannabis presso il Ministero della salute), grazie alla collaborazione tra il Ministero della salute e il Ministero della difesa, in modo da garantire l’accesso a tali terapie a costi adeguati e in modo sicuro.

È stato però osservato che questa produzione non basta, motivo per cui la Ministra della Salute Giulia Grillo (M5S), sotto la spinta dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica (ed in particolare il suo settore legalizziamo.it), a fine Luglio 2018, dopo una visita allo stabilimento di Firenze, ha deciso di fare incrementare la produzione di cannabis per uso terapeutico.

In tal modo si potranno aiutare tutti i pazienti italiani che ne hanno bisogno e al contempo produrre un guadagno per lo Stato Italiano con l’export.

Essendo una pianta devo per forza comprarla?

 

Non posso coltivarla a casa, così da farne un uso a km 0, migliore sia per l’ambiente che come costi, oltre che più facilmente reperibile, senza rischiare di incontrare medici o farmacisti obiettori?

 

La risposta è no.

 

È illecita la coltivazione di piante del genere Cannabis, fatta eccezione della canapa coltivata esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Flavia Mezja. Revisionato da Fabio Porru ed Edoardo Vanetti.

 

 

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