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THE BRAIN SOCIAL NETWORK: NEURONI, EMPATIA E RELAZIONI SOCIALI

di Miryam Cannizzaro (keyword: empatia)

Empatia: ne sentiamo parlare spesso, ma non è sempre facile comprendere cosa sia e perché essa costituisca una qualità importante per l’uomo. Esiste forse un fondamento biologico? Che peso ha nei rapporti sociali? E quali ripercussioni in ambito medico-sanitario?

DALL’ARTE…

Prima di rispondere a queste domande, occorre partire dalle basi e, in questo caso, partiremo proprio dalla definizione.

Il termine deriva dal greco εμπαθεία (empathéia), letteralmente tradotto “dentro il sentimento”. Il pathos rappresenta infatti, per il pensiero greco, la parte irrazionale dell’animo umano, contrapposta al logos, ovvero la razionalità.

L’enciclopedia Treccani definisce l’empatia come la “capacità di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”. Si parla di comprensione immediata, cioè di un qualcosa che non passa attraverso un’elaborazione razionale volontaria, ma deriva invece dal rapporto emozionale con l’altro.

L’attenzione verso questo aspetto della psiche nasce alla fine dell’Ottocento con lo studioso Robert Vischer, che conia il termine Einfuhlung (letteralmente “immedesimazione”) per spiegare la tendenza dell’uomo nel proiettare le proprie emozioni e la propria vita psichica nella realtà esterna, in riferimento soprattutto alle opere d’arte e alla natura. Da quel momento il concetto di empatia diventa oggetto di studio sia in ambito filosofico (i filosofi empatisti sostenevano che l’einfuhlung rappresentasse la principale forma di godimento estetico) che in ambito psicoanalitico (secondo Freud, è proprio l’empatia a consentire di entrare in contatto con la vita psichica dell’altro).

… ALLA SCIENZA

Ma quando si comincia a parlarne in termini biologici?

Il più grande contributo arriva nel 1992 dal gruppo del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, a cui viene attribuita la celebre scoperta dei neuroni a specchio.

Questa scoperta, che ha rivoluzionato il mondo delle neuroscienze e della psicologia, è avvenuta in realtà per caso, evento noto nel mondo scientifico (e non solo) con il nome di serendipity. Il gruppo di Rizzolatti stava infatti conducendo degli studi sulla corteccia cerebrale dei macachi, in particolar modo sulla zona F5 della corteccia premotoria, per studiare le aree coinvolte nel controllo dei movimenti della mano, attivate per esempio quando la scimmia afferrava o raccoglieva del cibo.

Una delle funzioni più importanti di quest’area cerebrale è quella di fornire la risposta motoria più appropriata a fronte di uno stimolo sensitivo, finalizzando e pianificando il movimento per portare a termine un compito specifico (si parla infatti di movimento “goal-related”).

Quello che notarono i ricercatori, in modo casuale e inaspettato, fu l’attivazione di quest’area cerebrale anche quando la scimmia non compiva attivamente il movimento, bensì lo vedeva eseguito dall’operatore: proprio per questa peculiarità, venne coniato il termine “neuroni a specchio”.

Qualche anno più tardi, tramite l’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica (TMS), la loro esistenza venne confermata anche nell’uomo.

Nella zona F5 esistono dunque due categorie di neuroni: i canonical neurons, che hanno la funzione di adattare il movimento della mano alle dimensioni e alla forma (quindi alla tridimensionalità) dell’oggetto da afferrare, e i mirror neurons, che invece assicurano che il movimento compiuto sia uguale a quello osservato, permettendo di comprendere automaticamente l’intenzione dell’altro e il fine ultimo del movimento (l’attivazione di questi neuroni infatti non si verifica quando il movimento è afinalistico).

La scoperta dei mirror neurons ha rivoluzionato la concezione del ruolo delle aree motorie del nostro cervello: fino ad allora si pensava infatti che queste svolgessero esclusivamente delle funzioni esecutive sulla base degli input ricevuti dal sistema sensoriale (come se fossero dei meri “produttori di movimenti”). Con i neuroni a specchio, invece, questa visione viene ribaltata e viene data importanza al sistema motorio come parte integrante dei processi cognitivi. La realizzazione di un atto motorio finalizzato non dipende infatti solo dall’attivazione di determinati gruppi muscolari, ma soprattutto dall’integrazione di informazioni provenienti da input diversi (udito, vista, propriocezione), processo che avviene – secondo Rizzolatti – proprio a livello della corteccia motoria.

Da questo deriva che la comprensione delle azioni degli altri (quella che viene chiamata “comprensione per imitazione”) dipenda dalla presenza di un’impalcatura complessa data proprio dal sistema motorio.

QUANTI DI VOI SI ASPETTAVANO CHE LE BASI DELL’EMPATIA SI TROVINO PROPRIO NEI CENTRI CHE CONTROLLANO I NOSTRI MOVIMENTI?

La situazione è in realtà molto più complessa: nel cervello umano, i mirror neurons non si trovano solo a livello della zona F5, ma esiste un più ampio e complesso sistema (studiato approfonditamente tramite sofisticate tecniche di brain imaging, come la Risonanza Magnetica Funzionale, o fMRI), che coinvolge non solo il lobo frontale, ma anche il parietale, il temporale e l’occipitale. Infatti, se i mirror neurons si attivano in risposta a quello che il soggetto vede compiere dall’altro, come fa l’informazione visiva ad integrarsi con la rappresentazione motoria, se non attraverso delle connessioni tra aree cerebrali differenti? Tra queste, il lobulo parietale inferiore, situato nella corteccia parietale posteriore, e l’area di Broca, deputata al controllo motorio del linguaggio, sono due delle più rilevanti.

Anche il linguaggio, ad esempio, è una forma di apprendimento per imitazione, essendosi evoluto tramite le informazioni trasmesse con la gestualità e comprese tramite il sistema a specchio.

Recentemente, è stata scoperta l’esistenza di neuroni specchio anche in altre aree cerebrali, come l’amigdala e l’insula, appartenenti al sistema limbico. Queste strutture sono deputate alla regolazione delle emozioni, quali l’ira, la paura, l’ansia, il disgusto, la felicità e la tristezza. Entrano in gioco anche nell’elaborazione delle emozioni e delle manifestazioni vegetative che le accompagnano, oltre che nei processi legati alla memoria emozionale e nell’adattarsi alle norme e alle relazioni sociali.

Ecco trovata la base fisiologica dell’empatia: i mirror neurons non permettono solo la comprensione del movimento altrui, ma anche delle emozioni di chi ci sta di fronte.

Non costituiremmo, in altre parole, relazioni empatiche e interpersonali senza la presenza di tali cellule nervose particolari. Esse attivano l’apertura al mondo e configurano, in molti casi, la nostra emotività. (Rizzolatti, 2016)

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

Il fatto che anche per le emozioni, sensazioni che sperimentiamo nella vita di tutti i giorni in modo innato, esista un presupposto biologico, ha portato studiosi come Daniel Goleman a parlare di “intelligenza emotiva”:

La mente razionale è la modalità di comprensione della quale siamo solitamente coscienti: dominante nella consapevolezza e nella riflessione, capace di ponderare e di riflettere. Ma accanto a essa c’è un altro sistema di coscienza, impulsiva e potente, anche se a volte illogica, c’è la mente emozionale (Goleman, 2005).

Nell’intelligenza emotiva entrano in gioco non solo l’empatia, ma anche la consapevolezza e la padronanza di sé (intese come capacità di dominare i propri stati emotivi e i propri impulsi), la motivazione (ovvero ciò che ci spinge a raggiungere un obiettivo), le abilità sociali (comunicazione, gestione del conflitto, cooperazione, leadership).

Questi aspetti sono regolati da strutture cerebrali differenti da quelle che regolano altre forme di intelligenza, come quella linguistica, matematica o spaziale. Ciò spiega perché esistono degli individui con un elevato quoziente intellettivo (QI), che però non riescono ad adattarsi ai contesti sociali e alle relazioni interpersonali (hanno un basso quoziente emotivo, QE). Secondo Goleman, tuttavia, anche l’intelligenza emotiva può essere in qualche modo allenata e sviluppata, al pari delle altre forme intellettive.

L’empatia, secondo Morse, può essere scomposta in quattro livelli:

  • Emotivo: l’abilità di sperimentare e condividere i sentimenti e lo stato psicologico dell’altro;
  • Morale: una “forza interiore” che predispone ad essere empatici;
  • Cognitivo: la capacità intellettiva di comprendere i sentimenti dell’altro, mantenendo una visione oggettiva;
  • Comportamentale: la capacità di comunicare di aver compreso la prospettiva altrui.

Se, come disse Aristotele, l’uomo è un animale sociale, si può affermare l’esistenza di un social brain, nel quale è la sostanza bianca (vale a dire l’insieme di fibre nervose mieliniche che collega le diverse parti dell’encefalo e del midollo spinale), ad assumere un ruolo prominente: tutte le connessioni che si realizzano tra regioni cerebrali differenti costituiscono quello che viene definito il “Brain Social Network”, da cui dipendono le abilità sociali, l’empatia, l’intelligenza emotiva, la memoria sociale e persino i tratti della personalità.

Le alterazioni di queste connettività cerebrali sono alla base di vari disturbi neurologici e psichiatrici, come autismo, prosopagnosia, demenza fronto-temporale, fobia sociale, disturbo antisociale della personalità, malattia di Alzheimer, schizofrenia, agenesia del corpo calloso. Per queste e altre patologie, la progressiva scoperta dei meccanismi neuroanatomici e biologici può consentire di comprendere le basi del malfunzionamento del social brain.

L’EMPATIA IN MEDICINA

Abbiamo visto l’importanza dell’empatia e dell’intelligenza emotiva nella costruzione di una relazione interpersonale.

Nel panorama sociale, l’ambito medico rappresenta uno dei più delicati, proprio per il rapporto che si viene a creare tra medico e paziente. L’empatia, infatti, rappresenta un momento fondamentale della relazione di cura.

Innanzitutto, è bene chiarire che il medico debba essere empatico e non simpatico nei confronti del paziente. A differenza dell’empatia, che come abbiamo visto rappresenta la comprensione delle emozioni altrui, il concetto di simpatia (dal greco syn – insieme, e pathos – sentimento) implica invece la condivisione del sentimento (di sofferenza specialmente), che potrebbe sopraffare il medico fino ad ostacolarne il giudizio clinico. L’empatia, al contrario, permette al medico di comprendere le emozioni del paziente, stabilire un rapporto di fiducia, oltre a condurre a migliori risultati terapeutici.

Diversi studi hanno dimostrato che il controllo della malattia è migliore se il paziente ha davanti a sé uno specialista con un alto grado di empatia: la fiducia nel medico, la comprensione dimostrata da questo e la capacità di comunicazione migliorano l’aderenza del paziente alla terapia e l’outcome della patologia.

L’importanza dell’empatia in medicina è testimoniata dall’esistenza della Jefferson Scale of Physician Empathy, scala utilizzata per valutare il grado di empatia nel personale medico e infermieristico.

D’altro canto, un elevato livello di empatia ha effetti positivi anche sul medico: una ricerca condotta alla Rochester Mayo Clinic ha messo in correlazione il well-being dei medici con il grado di empatia. Lo studio ha dimostrato il rapporto direttamente proporzionale tra questi due aspetti, laddove un alto grado di empatia riduce il distress (ovvero lo stress nocivo) e il rischio di burn-out per il medico.

Purtroppo, dagli studi che affrontano la questione, sembra che il grado di empatia, anziché aumentare, vada a decrescere durante gli anni di studio e di pratica della professione, a vantaggio invece del cinismo, del distacco e della disattenzione verso il paziente, che viene spesso identificato come “malattia” e non più come “persona”.

Andrebbe fatta più attenzione all’intelligenza emotiva dei professionisti sanitari, facendola rientrare tra le skills più importanti da acquisire durante gli anni di formazione e da implementare durante la pratica clinica, senza sottovalutarne l’impatto per la relazione con il paziente e per il soggetto in sé.

BIBLIOGRAFIA

 

 

A cura di Miryam Cannizzaro. Revisionato da Edoardo Vanetti.

 

 

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