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Ecosistema: cosa serve fare per proteggerlo.

ECOLOGIA E BIOLOGIA DELLA CONSERVAZIONE NON SONO INFALLIBILI.

Agire per salvaguardia di diverse specie in un determinato ecosistema non è semplice. Le variabili in natura sono talmente tante che una predizione sicura dei risultati è pressoché impossibile da realizzare.

Di chi stiamo parlando? 

Il compito di proteggere determinate specie o un ecosistema è ultimamente dato a un nuovo campo della biologia, la biologia della conservazione, che raggruppa tutte le conoscenze necessarie per ottenere i risultati migliori. Si tratta di una disciplina fiorita nell’ultimo secolo e che si è differenziata dagli altri rami della biologia solo a partire dagli anni ’70. I fattori che hanno determinato la nascita della biologia della conservazione sono dati principalmente dall’affermarsi dell’etica legata alle questioni scientifiche, ma è stato soprattutto il susseguirsi di estinzioni di massa e di perdita di specie endemiche – le specie che possono essere trovate solo in un determinato luogo, spesso isolato geograficamente dal resto del mondo – ad incentivare la necessità di figure professionali che si occupassero di evitare catastrofi ecologiche. (Soulé, 1986)

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Quello della biodiversità e della sua conservazione è un problema che riguarda tutto il mondo e molti programmi in vari punti del pianeta. La conservazione dell’ecosistema, infatti, non è (e non può essere) a carico esclusivo di biologi e degli esperti del settore, ma a carico di tutta la popolazione umana.

Per questo, nel 1971, l’UNESCO ha lanciato il programma “Man and Biosphere” (MAB) con lo scopo di incentivare la crescita delle aree protette e il diffondersi di un turismo ecologico (UNESCO, 1971), ma soprattutto di trovare un equilibrio tra l’essere umano e la natura.

Molti sono i fattori che rendono impossibile predire gli effetti delle azioni umane sulla biodiversità, anche quando queste siano pensate per proteggerla.

PRIMA DIFFICOLTÀ: QUANDO AGIRE?
Quanto tempo possiamo permetterci di impiegare per decidere cosa fare?

La risposta è semplice: poco.

“La biologia della conservazione è definita come una “crisis discipline”: una disciplina di gestione della crisi” (Soulé, 1985).

Quando si ha una crisi da gestire, il tempo per definire una reazione è scarso. Soulé suggerisce un dilemma molto esplicativo: supponi di essere solo a difesa di un fronte di guerra e di vedere da lontano degli uomini che si avvicinano con modi che ricordano soldati nemici. La prima cosa che ti viene in mente di fare è sparare: non puoi permetterti il lusso di stare a vedere se si tratta di soldati nemici o meno, perché c’è una possibilità che lo siano e farli avvicinare significa esporsi al rischio di essere attaccato e perdere la guerra. Allo stesso modo, non sei però certo che si trattasse di nemici reali.

Quando ci si avvicina ad una catastrofe ecologica, il tempo per raccogliere i dati è poco, perché ogni giorno, perso a fare ricerche sul campo, è un giorno di azione in meno. Ciò potrebbe portare a risultati poco gradevoli: come la perdita di una specie o di un intero ecosistema.

SECONDA DIFFICOLTÀ: CHI?

La maggior parte delle specie esistenti sul pianeta sono in pericolo e salvarle tutte contemporaneamente è impossibile. Per questo ecologi e biologi della conservazione sono costretti a determinare una scala di importanza tra le specie per capire quali necessitano di attenzione immediata.

In particolare, la scala generale si suddivide in tre punti.

  • Peculiarità: parliamo soprattutto di endemismi o di specie molto rare, geneticamente lontane dalle altre, la cui perdita potrebbe essere irreparabile.
  • Rischio: le specie a maggior rischio di estinzione sono certamente quelle a cui va data la precedenza. È il caso degli Hot spots o “punti caldi” della diversità: aree geografiche con un’elevata presenza di endemismi e specie rare che sono sottoposte a fenomeni che ne minacciano la conservazione.
  • Utilità: può essere intesa sia come utilità per l’uomo, sia per l’ecosistema in cui si trovano. Negli ecosistemi, infatti, non tutti gli animali sono utili alla stessa maniera. Ciò non significa che vi siano specie da poter estinguere senza pietà, ma ovviamente la precedenza va alle specie che non hanno equivalenti in natura.

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“Il concetto di catena alimentare (organismo autotrofo – erbivoro – predatore) è ormai superato a favore di un modello più simile alla realtà dei fatti, chiamato rete alimentare” (Odum, 2001).

In natura, infatti, spesso due o più specie svolgono lo stesso ruolo nella rete trofica e, allo sparire di una di queste, le altre consentono ugualmente il trasferimento di energia da quel determinato livello trofico (la posizione di un organismo rispetto al livello trofico di base: piante e vegetali) al successivo. Esistono però delle specie, soprattutto predatori, chiamate, in ecologia, keystone species (Odum, 2001), che sono fattori determinanti per la diversità in un dato ambiente. Eliminando queste specie si ha un effetto a cascata che determina la perdita di quasi tutta la biodiversità presente in quel luogo. Risulta chiaro, quindi, come queste siano le specie a cui prestare maggiormente attenzione.

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TERZA DIFFICOLTÀ: COME?

Come si protegge una specie o un ecosistema? La risposta più veloce sarebbe quella allontanare il pericolo che li sta minacciando. Per questo, in genere, l’estinzione delle specie si risolve istituendo delle aree protette in cui le specie possano proliferare in assenza di rischi.

Questa, che è la soluzione più rapida e normalmente più efficace, presenta però alcune lacune che i biologi della conservazione devono considerare.

La prima riguarda gli ambienti marini. Il perché te lo spiego subito. Ecco alcune delle problematiche più diffuse nell’ecosistema marino.

  • L’enorme capacità di spostamento degli animali marini.
  • La facilità con cui l’inquinamento si diffonde in acqua.
  • L’imprecisa delimitazione dell’ecosistema.
  • La difficoltà di gestione per grandi estensioni.
  • Gli interessi economici della pesca e l’esistenza di molti territori internazionali.

Gli habitat marini, dunque, necessitano di un’azione più complessa di una delimitazione fisica, che risulta molto più semplice sulla terraferma.

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Il secondo problema ci ricollega alla definizione di  keystone species affrontata prima. In alcuni ecosistemi, il ruolo di specie keystone è rivestito proprio dagli esseri umani, tanto che impedire la caccia o la pesca di determinati organismi espone al rischio che la suddetta specie proliferi talmente tanto da distruggere tutte le altre specie presenti.

Il terzo problema è, in genere, rappresentato da problemi gestionali riguardanti le attività umane: le coltivazioni o il pascolo, insieme a mezzi inadeguati, riguardano, ad esempio, i paesi in via di sviluppo, che non possono concedersi il lusso di aree protette e non hanno i mezzi per gestirle. Nei paesi sviluppati, invece, gli ostacoli sono rappresentati dalle attività economiche e produttive, di cui gli esperti devono tener conto.

La protezione di specie che rischiano l’estinzione è un compito delicato e molto importante, ragion per cui, il campo della biologia della conservazione si estende a molti altri rami della scienza. Se è compito della scienza avvicinare le persone ai problemi ecologici, è anche compito delle persone stesse interessarsi del pianeta sul quale vivono, delle specie che rischiano di entrare in nuovi “bestiari” appartenenti al passato e di specie, come le api o gli squali, la cui scomparsa porterebbe a disastri ecologici secondo un effetto a cascata.

Maggiora sarà la conoscenza delle problematiche, più sarà facile trovare delle soluzioni economiche ed efficaci per un nuovo equilibrio tra uomo e natura.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Jessica Vettese. Revisionato da Giulia Ciceri.

 

 

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About the Author : Jessica Vettese

Studentessa di Biologia. Aperta e moderata. Amante della vita. Sognatrice indipendente.

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