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Perché i fiumi reclamano vendetta.

ALLUVIONI: COME IMPEDIRE LO STRARIPAMENTO DEI FIUMI.

Non sono a noi lontane tragedie avvenute ormai circa 2 anni fa, come quella di Genova, provocate dallo straripamento dei fiumi. In questi giorni festivi, tuttavia, il problema che attanaglia le nostre città è il PM10. Non tutti lo sanno, ma la sigla PM significa Particulate Matter o, in Italiano, materia particolata presente nell’atmosfera. Il numero 10, al seguito dell’acronimo PM, invece, indica la dimensione di queste particelle, che dev’essere uguale o inferiore ai 10 μm.

Grazie alle piogge e alla neve delle ultime 24 ore, questo pericolo sembra essere scongiurato. Ma come mai pioggia e neve incessanti possono essere così pericolose per i fiumi?

Ogni volta che accade una tragedia come quella di Genova, si vorrebbe capire il perché. Scopriamo insieme cosa succede quando l’uomo cambia il corso della natura, modificando e alterando il corso dei fiumi.

Partiamo dall’inizio. Sei pronto? Si comincia.

9 ottobre 2014 – Piove incessantemente da giorni su tutta Italia, da nord a sud senza eccezioni. La situazione è preoccupante, specialmente per tutte quelle zone considerate a rischio idrogeologico e che si trovano ora in balia della furia dei fiumi. Genova è una di queste: il Bisagno la taglia longitudinalmente nella sua corsa verso il mare ed ogni suo cambiamento si ripercuote sulla città e sulle migliaia di cittadini che la popolano. Proprio il 9 ottobre, si ripete nuovamente la tragedia che già si era abbattuta nella città Ligure nel 2011: l’acqua sommerge Genova e le cittadine limitrofe, allagando strade e case, per un danno complessivo di circa 250 milioni di euro. I danni non sono solo economici ed è superfluo dire come la morte di un uomo sia un danno affettivo non esattamente risarcibile.

A chi dare la colpa? Scarichiamo la responsabilità sulla pioggia, sui cambiamenti climatici che stanno certamente portando ad un aumento delle precipitazioni, ma ci dimentichiamo di una cosa fondamentale: ogni modificazione che l’uomo ha fatto, e sta facendo sul paesaggio, ha inevitabilmente portato quella zona ad essere maggiormente vulnerabile agli eventi atmosferici. Lo sradicamento di boschi, l’impermeabilizzazione del suolo, la riduzione del letto dei fiumi hanno fatto sì che la stessa pioggia, che qualche decennio fa avrebbe causato solo lievi danni, si trasformasse oggi in un’alluvione violenta e distruttiva.

Analizziamo il problema più da vicino: cosa si intende per alluvione?

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Un’alluvione è un evento per il quale gli argini di un fiume non sono più in grado di contenerlo a causa degli abbondanti rovesci che ne hanno aumentato la portata. Il fiume, quindi, esonda riversando i sedimenti nelle campagne o nei centri abitati adiacenti. È un processo naturale che fa parte della vita di ogni fiume ed è per questo che la natura impiega diverse strategie per contenerlo ed impedire un costante ripetersi di catastrofi. In che modo?

  • Il suolo è in grado di assorbire l’acqua piovana grazie alla sua porosità. Ovviamente esistono diversi tipi di suolo e, quindi, diverse capacità idriche massime (CIM).

 In pratica, la capacità di assorbire acqua del terreno. I terreni argillosi sono i più porosi, arrivando a valori del 50% di CIM, mentre quelli sabbiosi raggiungono solo il 20%. L’acqua assorbita percola poi nelle falde freatiche, da dove potrà essere estratta per usi civili, industriali o agricoli.

  • Le radici delle piante prevengono il rischio idrogeologico in due modi: uno meccanico, impedendo l’erosione del suolo e stabilizzandolo, ed uno idrologico, assorbendo l’acqua piovana in eccesso grazie a radici lunghe e ben ramificate.
  • Gli ampi spazi ai lati del letto dei fiumi consentono agli stessi di sfogarsi, riversandovi le proprie acque ed i sedimenti nei periodi di piena. Ciò, oltre a ridurre la quantità di acqua che è destinata ad arrivare a valle, ne rallenta anche la corsa.

 

Purtroppo, però, con l’aumento demografico e l’inevitabile processo di urbanizzazione, sono venute a mancare molte delle misure di cautela predisposte dalla natura, lasciando così numerose zone del territorio italiano alla mercé dei fenomeni atmosferici. I territori boschivi sono stati deforestati per fare spazio a centri abitati e zone industriali, le colate di cemento hanno reso il suolo impermeabile all’acqua, sono stati innalzati argini per impedire che i fiumi potessero esondare in una determinata zona e sono stati costruiti centri abitati proprio a ridosso dei letti dei fiumi. Ognuna di queste azioni porta con sé numerose conseguenze.

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  • La mancanza di piante, rende il terreno più instabile e facilmente franabile, inoltre, non è più possibile usufruire dell’azione assorbente delle radici per limitare la quantità d’acqua che giungerà valle.
  • Il terreno cementificato non può più svolgere il suo compito di trattenere l’acqua che, anche in questo caso, aumenta in quantità.
  • La presenza di argini impedisce al fiume di “sfogarsi” nei periodi di piena. In questo modo, non si sposta solo il problema più a valle, ma l’acqua non potrà che aumentare la propria velocità nella corsa verso il mare, creando anche maggiori danni laddove accada un’ipotetica esondazione.

Nei periodi di pioggia abbondante, è inevitabile che i fiumi da qualche parte debbano potersi sfogare. Lo fanno a valle, dove ormai non c’è più argine che possa trattenere la furia e la potenza di una grande massa d’acqua in movimento. In aggiunta a ciò, sappiamo che i luoghi che vengono inondati non sono più ampie distese di terreni liberi, ma centri abitati da migliaia di persone che rischiano la vita ogni volta che il fiume è in piena. Tutti questi elementi vanno poi collocati in un contesto nel quale i cambiamenti climatici e, quindi, l’aumento delle temperature stanno causando una maggior evaporazione di acqua, che si trasforma poi in una vera e propria bomba d’acqua.

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Il problema, come sottolinea Andrea Agapito Ludovici, responsabile dei fiumi presso wwf Italia, è la mancanza di una cultura forestale e naturalistica che possa contrastare quella dell’ingegneria idraulica, che continua, invece, ad intervenire modificando il regime delle acque. Nella gestione del territorio, non si tiene conto delle esigenze della natura. Inoltre, ognuno cerca di spostare il problema della piena più a valle per non essere direttamente toccato dall’evento. Purtroppo, come afferma Giuliano Cannata docente di pianificazione di bacini idrografici presso l’Università di Siena, la situazione iniziale non può essere completamente ripristinata, ma sicuramente è possibile intervenire pianificando l’uso del suolo.

Le soluzioni possibili sono tante. Basterebbe solo seguire l’esempio dei nostri vicini tedeschi che, nel 1998, in seguito all’alluvione del Reno, hanno deciso di acquistare quasi 1000 chilometri quadrati di terreno e di estendere gli argini del fiume. Si potrebbe intraprendere un cammino di manutenzione del suolo montano, rimettendo in funzione la capacità di questi territori di assorbire l’acqua. Ma soprattutto, se un argine è stato costruito e poi distrutto dal fiume più, e più volte, perché ricostruirlo sempre uguale?

Come singoli cittadini non abbiamo la possibilità di cambiare le cose, ma possiamo conoscere e prendere atto del problema. Sono necessarie leggi che tutelino il territorio, esperti che possano esprimere la propria opinione in merito e possano pianificare adeguate soluzioni.

Solo in questo modo, sarà possibile evitare ulteriori tragedie ed evitare sprechi di denaro per ricostruire le città dalle macerie.

BIBLIOGRAFIA

 

A cura di Eleonora Re. Revisionato da Mirko Zago.

 

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About the Author : Eleonora Re

Laureata in Biologia. Curiosa e stravagante. Amante della natura. Aspirante biologa marina.

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