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Bioetica: la bella o la bestia? | Biochronicles

Bioetica: la bella o la bestia?

QUALI LIMITI DOVREMMO IMPORRE ALLA SCIENZA?

Il progresso in tutti i campi della scienza e le scoperte degli ultimi decenni hanno portato a mettere in discussione punti di riferimento che in precedenza erano considerati intoccabili come concepimento, nascita e morte.
È, dunque, necessario imporre dei limiti alle scienze?

LA BIOETICA

Avevo lavorato sodo per quasi due anni con il solo intento di infondere vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato di riposo e salute. Lo avevo desiderato con un ardore che andava ben oltre la moderazione. Ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno svaniva, e un orrore e un disgusto soffocanti mi riempivano il cuore. Incapace di sopportare la vista dell’essere che avevo creato. – Da Frankenstein, di Mary Shelley –

Un breve stralcio di un racconto, un passo che evoca allo stesso tempo successo e fallimento.

Era il 1919, quando l’agronomo ungherese Károly Ereky, coniò il termine biotecnologie e ancora oggi è considerato il padre di quest’affascinante disciplina. Oggi, grazie al progresso tecnico accumulatosi negli anni, l’uomo è capace di grandi cose che, però, se non trattate con scrupolosità, potrebbero rivelarsi terribili.

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Arance la cui polpa è quella verde di un kiwi, banane dalla buccia color viola intenso, pomodori giganti, mucche rosa e molto altro ancora. Sembra il risultato di qualche incantesimo insegnato nella scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, eppure sono tutte cose teoricamente possibili, anche nel nostro mondo “babbano”.

Con la diffusione delle biotecnologie e delle nuove tecniche portate dal progresso bio-medico, già dal secolo scorso sono sorti problemi etici che hanno messo a dura prova la comunità scientifica e la società in generale.

Per placare le controversie affiorate, l’oncologo statunitense Van Rensselaer Potter, nel 1970, tentò di accostare alla scienza un’etica, una sorta di grillo parlante sulla spalla degli scienziati, alla quale attribuì il nome di Bioetica.
La bioetica nasce internamente alla scienza, con lo scopo di essere uno strumento di controllo delle tecnologie e delle loro conseguenze sull’uomo e sull’ambiente.

Se la bioetica voleva essere una fata madrina, dolce e premurosa consigliera, talvolta si è trasformata in un’orribile e perfida megera.

Pur essendo questa una definizione azzardata, bisogna comunque riconoscere che la bioetica in alcuni casi si è rivelata un’etica dal forte carattere limitativo, imponendo restrizioni e barriere al progresso scientifico, che, per amore della conoscenza, talvolta tende a varcare i confini della morale.

Infatti il progresso scientifico è spesso accostato all’idea di “manipolazione della natura” in senso negativo. Pare che lo scienziato sia colui che ha osato profanare il massimo segreto della vita e si propone come programmatore della natura e artista di mosaici genetici.

Nel famoso mito del vaso di Pandora si narra che Zeus avesse dato in custodia a Pandora un preziosissimo vaso in cui erano contenuti i mali della terra. Questo patto fu rotto a causa del dio Ermes che diede alla donna il dono della curiosità, e fu così che Pandora, spinta dagli imperativi della scoperta, aprì il vaso, destinando l’umanità alla vecchiaia, alla gelosia, alla malattia, alla pazzia e al vizio.

Allo stesso modo, spesso gli scienziati sono ritenuti colpevoli dell’apertura di un vaso contenente possibili sciagure, quando invece il loro unico scopo è la conoscenza e il miglioramento della vita umana. Lo stupore e la curiosità verso il mondo che ci circonda sono il motore del progresso: una scoperta genera stupore e nuove domande, innescando così nuove scoperte.

La curiosità evoca la “cura”, l’attenzione che si presta a quello che esiste o potrebbe esistere; un senso acuto del reale, che però non si immobilizza mai di fronte a esso; una prontezza a giudicare strano e singolare quello che ci circonda; un certo accanimento a disfarsi di ciò che è familiare e a guardare le stesse cose diversamente; un ardore di cogliere quello che accade e quello che passa; una disinvoltura nei confronti delle gerarchie tradizionali tra ciò che è importante e ciò che è essenziale -Michel Foucault-

PENSIERI BIOETICI

Due studiosi che s’impegnarono molto in questioni di carattere bioetico, furono Hans Jonas e Hugo Tristram Engelhardt, seppur su posizioni contrapposte.

Ciò che scaturì dal lavoro di questi due filosofi fu che la téchne (la tecnica), ossia: “saper fare”, “saper operare”, oggi si è spinta verso un progresso illimitato, pronta a raggiungere mete sempre più elevate.

Jonas critica fortemente gli obiettivi che si prefigge la nuova comunità scientifica.
Nel suo libro Tecnologia e responsabilità dice:

L’uomo vorrebbe acquistare il controllo della propria evoluzione, non solo allo scopo di preservare l’integrità della specie, ma anche di modificarla, perfezionando il proprio disegno. Se abbiamo il diritto di farlo, se abbiamo i requisiti necessari per assumere questo ruolo creativo, è la questione più seria che possa porsi a un uomo che si trovi improvvisamente a disporre di tali fatidiche capacità. Chi creerà le nuove immagini? Con quali criteri? Sulla base di quale conoscenza? Inoltre, deve essere affrontata la questione del diritto morale di compiere esperimenti sui futuri esseri umani.

Jonas sostiene che l’homo sapiens è sottoposto al rischio di essere soggiogato dall’homo faber (uomo come artefice, capace di fare). Alla nostra conoscenza serve dunque una nuova responsabilità, pari alle nostre potenzialità. Occorre anche una nuova umiltà, che è dovuta al fatto che le nostre potenzialità possono condurci verso capacità eccessive e pericolose. Anche il fatto di non conoscere le conseguenze delle capacità che abbiamo diventa un motivo per stabilire dei limiti, anche secondo la comunità scientifica.

Jonas fa quindi riferimento a un’euristica della paura, secondo la quale, ovunque si nascondono minacce e pericoli per l’esistenza dell’umanità, e secondo lui essi vanno subito annientati.

Non compromettere le condizioni di una permanenza illimitata dell’umanità sulla terra.

Di tutt’altra opinione è Engelhardt, che accoglie a braccia aperte ogni progettazione tecnologica e conta sul fatto che essa ci possa dare la possibilità di migliorare e sviluppare ulteriormente la natura. Un punto molto importante che differenzia i due studiosi è che per Jonas l’umanità contemporanea è al vertice dell’evoluzione, per Engelhardt no.

Terzo pensiero fondamentale, invece, è quello di Hans Gadamer, filosofo tedesco, dice che la conoscenza che oggi ci offre la scienza, non potrà mai cambiare la nostra comprensione del mondo:

La scienza potrà forse metterci nelle condizioni di creare la vita in provetta e di procrastinare a piacere il momento della morte, ma non potrà mai colmare il divario che esiste tra la materia e la vita o tra una vita veramente vissuta e una forzata sopravvivenza in cui si avvizzisce attendendo la morte.

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POTENZIALITÀ = RESPONSABILITÀ

Nonostante la nostra società abbia opinioni diverse (e questo è fondamentale) bisogna sempre tenere a mente che le nostre responsabilità nascono dal nostro potere, e ogni progresso che facciamo aumenta questo potere. È fondamentale, dunque, fare uno sforzo d’immaginazione per prevedere gli effetti che le nostre modificazioni possono avere sull’uomo e sull’ambiente.

Se in passato la medicina doveva ristabilire l’equilibrio naturale, oggi potenzialmente potrebbe occuparsi della manipolazione genetica e di allungare la vita. Si passa lentamente da una “medicina dei bisogni” ad una “medicina dei desideri”.

Oggi, grazie alla possibilità di conoscere l’intero genoma e i nuovi avanzamenti nel campo delle biotecnologie, si ha la possibilità di potenziare o migliorare l’uomo. Questo, però, può anche portare ad un abuso di tale potenzialità, anche laddove non vi è una reale motivazione medica.

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Perciò il 7 dicembre del 2000, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, detta anche Carta di Nizza, ha imposto il divieto delle pratiche eugenetiche.

Bisogna dosare con cautela questo nuovo potere, perché, come ci dice Jhon Muir:

Prendi una cosa qualsiasi e scoprirai che è legata a tutto il resto dell’universo.

Cambiando quella cosa qualsiasi s’incorrerà inevitabilmente nel rischio di mettere a repentaglio tutta la catena. Appare quasi una minaccia ciò che dice Gregory Bateson:

la creatura che la spunta contro il suo ambiente distrugge se stessa.

Dunque sviluppo tecnologico e natura non sono necessariamente termini discordanti, in quando l’homo faber non è chi devasta la natura, ma al contrario, chi punta a mantenerne e ad accrescere la bellezza.

In passato l’uomo ha lottato affannosamente contro la natura per la propria sopravvivenza, oggi, al contrario, il potere biotecnologico può trasformare il mondo in un gigantesco laboratorio. Per evitare di superare i confini tra scienza buona e scienza cattiva ci devono, però, essere delle limitazioni alle manipolazioni biotecnologiche consentite. La bella (la scienza) riuscirà a non farsi sopraffare dalle inasprezze che si celano sotto la vera identità della bestia (il potere a lei pervenuto)?

da un grande potere, derivano grandi responsabilità – Ben Parker-
(zio di Peter, l’uomo ragno; 
tanto per restare in tema di modificazioni genetiche!).

BIBLIOGRAFIA
  • (Battaglia, 2011) Battaglia, Luisella, Un’etica per il mondo vivente. Questioni di bioetica medica, ambientale, animale, Roma, Carocci, 2011.

 

A cura di Letizia Pirani. Revisionato da Anna Napolitano


About the Author : Letizia Pirani

Studentessa in Biotecnologie. Curiosa e solare. Appassionata di scrittura. Amante della scienza.

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