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benessere animale

COME AFFRONTARE LA QUESTIONE DEL BENESSERE ANIMALE.

Il benessere animale è una tematica eticamente sempre più attuale, con risvolti indiretti anche per l’Uomo. Vediamo come è possibile definirlo, misurarlo e migliorarlo, nell’ottica di salvaguardare il rispetto per gli animali. In particolare, per quelli tenuti in condizione di cattività.

Coscienza e benessere animale

Il concetto di benessere animale e di coscienza degli animali è stato ampiamente affrontato e discusso in letteratura.

Una ricercatrice dell’Università di Oxford, Marian Dawkins, ha pubblicato nel 2006 una guida al benessere animale, descrivendolo come una condizione concernente un animale che prova emozioni positive, come piacere e contentezza, e non quelle negative, come paura e frustrazione. Secondo Broom (1988), invece, il benessere di un individuo corrisponde alla sua condizione rispetto alla capacità di adattarsi alla realtà in cui vive.

La Dawkins ci offre l’opportunità di poter abbracciare il concetto di coscienza animale e alla domanda: “gli animali hanno coscienza?”, si aprono due grandi filoni di pensiero. In un lavoro del 1998 Mc Phail afferma che solo gli Homo sapiens siano dotati di una vera e propria coscienza, e 3 anni dopo, Baars sposa l’idea opposta: tutti i Vertebrati hanno coscienza. Non molti anni fa, è stata scoperta la presenza dei recettori del dolore (nocicettori) anche in specie ittiche. Questo conferma l’idea di Baars? Tutti i Vertebrati (e chissà che un giorno la vista non venga estesa anche oltre), se si intende la coscienza come una connessione tra la complessità cognitiva e l’esperienza cosciente (Griffin & Speck, 2004), sono dotati di essa? A queste domande non è facile trovare risposte e tutt’oggi i ricercatori non sono riusciti a trovare un’unanime soluzione al dilemma sulla coscienza. Quello che si sa è che la Dawkins nel suo articolo del 2006 sottolinea l’importanza del benessere animale, non solo per l’animale in sé, ma anche per gli effetti secondari che questo ha sull’Uomo.

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Negli ultimi decenni sono stati pubblicati centinaia di studi che indicano come poter misurare, monitorare e migliorare il benessere animale. Un metodo efficace per valutare lo status di benessere è senza dubbio l’utilizzo di parametri biologici, più nello specifico fisiologici e ormonali (ad esempio quantificare i livelli di cortisolo nel sangue e negli escrementi), che possano essere indici di una condizione di stress. La Dawkins afferma che per migliorare il benessere degli animali in cattività bisogna cercare di attuare e migliorare, il più possibile, l’arricchimento ambientale. crede inoltre, che per capire e conoscere le condizioni di vita degli animali possa essere importante fare studi direttamente in loco piuttosto che fare ricerca solo in laboratorio. Un altro modo per poter valutare il benessere degli animali è ricorrere all’etologia, quindi a studi comportamentali.

Per far questo, è utile sapere cosa sia una stereotipia e conoscere l’etogramma (l’insieme dei comportamenti) delle specie in natura. Per stereotipia s’intende una serie di moduli o sequenze comportamentali ciclici, ripetitivi, apparentemente senza nessuno scopo o funzione (Mason, 1993; Odberg, 1978). Inoltre, le stereotipie possono essere il risvolto patologico dei comportamenti appetitivi: quei meccanismi istintivi che consentono agli animali la ricerca delle stimolazioni adeguate alla propria biologia (Costa, 2016). Concretamente possiamo parlare di stereotipia, ad esempio, quando vediamo la tigre eseguire il movimento di pacing (andare avanti e indietro seguendo lo stesso percorso). Tuttavia non è la stereotipia in sé il problema. Le stereotipie, definite anche comportamenti maladattativi o anti evolutivi (Costa, 2016), sono il modo in cui l’animale cerca di adattarsi all’ambiente in cui vive. Per un animale in una condizione di cattività è il modo più rapido per provocare il rilascio di endorfine (orso che dondola, elefante che oscilla, giraffa che lecca, tigre che cammina ripetutamente, scimpanzé che si fa auto-grooming fino a crearsi lesioni, etc), altre volte, come nel caso di alcuni gorilla che vomitano e si rimangiano quello che hanno rigurgitato, è un segnale di cattiva alimentazione. Ma la stereotipia è solo un campanello d’allarme di un errore o di una mancanza di stimoli. L’obiettivo non deve essere quello di guarire il comportamento anormale, ma occuparsi della causa che lo crea.
Per entrare nel cuore della questione, qui di seguito si forniscono due esempi di stereotipia come sinonimo di mancanza di benessere, riportando due studi recentemente pubblicati su Plos One e Scientific Progress Reports.

Benessere nei primati e concetto di arricchimento ambientale.

Birkett e colleghi dell’Università di Canterbury, nel 2011 hanno osservato 40 scimpanzè, appartenenti a 6 strutture zoologiche diverse. Nel loro articolo “How Abnormal Is the Behaviour of Captive, Zoo-Living Chimpanzees?”, hanno mostrato come comportamenti anormali fossero presenti in tutti gli individui dei 6 gruppi. Gli individui tra di loro differivano per età, sesso, passato e condizione di nascita (in cattività o in natura). I comportamenti stereotipati o anormali si presentavano in frequenze e modalità variabili in tutti i gruppi, con almeno due comportamenti anormali per ogni individuo. Il che dimostra come le stereotipie possano variare tra un individuo ed un altro, nonostante la condivisione dello stesso ambiente.

Il comportamento maggiormente osservato è stato la coprofagia. Le frequenze dei comportamenti normali (quindi quelli propri all’etogramma della specie) sono simili a quelle che vengono riscontrate in natura, mentre per quanto riguarda i comportamenti maladattativi, in natura, secondo la letteratura, se ne riscontrano molto meno. Quindi, sembrerebbe che, in condizione di cattività, agli animali manchi qualcosa, nonostante essi vivano in gruppi sociali ed in presenza di arricchimento ambientale. Secondo gli autori di questo studio, la problematica principale è in che natura gli animali, oltre ad avere una struttura sociale fluida e dinamica ed un range abitativo molto più ampio e vario, abbiano maggiore libertà di scelta (decision making). 

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Decidono con chi stare, dove stare, cosa e quando mangiare. In cattività hanno poche opportunità di cambiare ambiente e gruppo sociale e sono costretti a vivere in spazi, a volte, non adeguati. La ricchezza della dieta è minima in confronto a quella che troverebbero e avrebbero in natura, sia in variabilità che in tempo passato a foraggiare, cercando cibo e quindi ricevendo stimoli dall’ambiente esterno. 
Si è accennato più volte il concetto di arricchimento ambientale. Nello specifico, per arricchimento ambientale si intende tutta quella serie di strutture, oggetti, sostanze, task, componenti sociali e modifiche dell’ambiente fini alla stimolazione cerebrale e sensoriale. Un esempio classico è la ruota presente nelle gabbie per i roditori domestici ed il tira-graffi per il gatto. I benefici dell’arricchimento ambientale sono stati ampiamente studiati e dimostrati: ad esempio per le attività cognitive (problema solving), diminuzione dei livelli degli ormoni dello stress, miglioramento delle attività sociali e per una diminuzione delle stereotipie e comportamenti anormali.

In aggiunta, l’arricchimento ambientale comprende anche tutta quella grande tipologia di modifiche strutturali all’ambiente in cui l’animale può nascondersi e proteggersi dall’uomo, dal sole, dalle avverse condizioni climatiche e dagli altri animali. Una buona idea potrebbe essere quella di creare zone come tane, nascondigli, buchi. Aggiungere qualche elemento naturalizzato come piante e pietre, farà sì che l’animale non sia così vicino ai visitatori e che stia a lui la scelta di avvicinarsi o nascondersi (Newberry, 1995; Carlestead, 1994).

 

Stereotipie negli elefanti asiatici.

Kurt e Garai, nel 2011, hanno pubblicato uno studio sulle stereotipie negli elefanti asiatici, intitolato: “Stereotypes in captive asian elephants – a symptom of social isolation”.
Gli autori hanno osservato 44 elefanti in un santuario in Sry Lanka, recuperati da centri di turismo, circhi, strutture zoologiche, orfanotrofi per animali o luoghi per uso domestico. Hanno misurato le frequenze e le durate del comportamento di weaving (oscillamento della proboscide e del corpo), osservando come variava tra gli individui in base alla storia di ciascun animale. Nello studio è stato documentato un aumento in frequenza del comportamento di weaving negli orfani di 3 mesi. Da una totale assenza del comportamento, dopo un solo mese di cattività, si ha che il 60% del tempo viene passato a stereotipare. Un trend inverso si ha per i comportamenti “sociali e positivi”: da circa il 30%, dopo solo 2 mesi di cattività, gli elefanti passano a meno del 10% del tempo a esplorare, giocare e manipolare oggetti.

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I ricercatori hanno anche investigato una possibile correlazione tra durata, frequenza di movimenti stereotipati ed isolamento sociale. I risultati sono in accordo con la teoria secondo cui l’isolamento sociale porterebbe gli elefanti ad un malessere maggiore, infatti, gli animali socialmente isolati mostrano più comportamenti maladattativi ed un ritardo nella crescita corporea rispetto agli altri. A questi risultati, si aggiunge il dato della comparsa prematura di comportamenti maladattativi per i cuccioli orfani rispetto ai cuccioli cresciuti con le loro madri.                                      Utilizza le indicazioni fornite nell’immagine 1. Tuttavia, non sempre basta liberare gli elefanti dalle catene per eliminare o ridurre le stereotipie. Come si è visto, essere isolati socialmente porta ad una crescita ritardata del corpo (quindi anche delle capacità cognitive) ed un corpo non sviluppato, porta ad isolamento sociale, ostacolando la socializzazione.

La spinta verso la socialità e la ricerca di stimoli biologici mancanti vengono quindi rimpiazzati da comportamenti stereotipati poiché, appunto, tali necessità non possono essere appagate. Questo crea, secondo gli autori dello studio, danni irreversibili a livello del sistema nervoso centrale, con conseguenti ritardi mentali.

Migliorare il benessere animale in ambienti protetto.

Per concludere, si può quindi affermare che la cattività può portare ad una condizione di malessere, soprattutto nel caso dei vertebrati superiori. Alcune soluzioni sono senza dubbio: presenza, nell’ambiente protetto, di arricchimento ambientale (sensoriale e cognitivo), riduzione del contatto con l’Uomo, presenza della madre dal periodo sensibile post-natale fino alla maturità ed una maggiore possibilità di decision making. A tal proposito, si tenta di fare una riflessione su quali animali (e quali no) possano vivere in un ambiente protetto. Utili indici di valutazione sono stati descritti in :

“Hay  animales que se adaptan mejor que otros a la cautivitad?” (Salas & Manteca, 2016).

Gli animali che in cattività possono vivere condizioni di malessere e si adattano con meno facilità all’ambiente protetto sono animali che in natura percorrono quotidianamente lunghe distanze, come il ghepardo ed il delfino, animali ritenuti cognitivamente più intelligenti, come i primati,  e animali che in natura passano molto tempo a cercare cibo, come i ruminanti.

Altri, paradossalmente, come il leone, che è tendenzialmente sedentario, o il coccodrillo, i rinoceronti, ad esempio, se ben tenuti e con le giuste precauzioni di benessere, possono vivere una buona vita anche in cattività.

BIBLIOGRAFIA
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  • (Elsevier, 1988) The scientific assessment of animal welfare, [consultato il 02/05/2017](Aracne, 2016) Costa, Pierluca, Etologia patologica, Torino, Aracne, 2016 [consultato il 02/05/2017]
  • (Elsevier, 1995) Environmental enrichment: Increasing the biological relevance of captive environments, [consultato il 02/05/2017]
  • (Elsevier, 2001) The Brain Basis of a “Consciousness Monitor”: Scientific and Medical Significance, [consultato il 02/05/2017]
  • (Oxford University Press, 1998) MacPahil, Euan, The evolution of consciousness, Oxford, Oxford University Press, 1998 [consultato il 02/05/2017]
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  • (Scientific Progress Reports, 2011) Stereotypes in captive asian elephants – a symptom of social isolation, [consultato il 02/05/2017]
  • (Zawec, 2016) ¿Hay animales que se adaptan mejor que otros a la cautivitad?, [consultato il 02/05/2017]
  • (Zoobiology, 1994) Effects of environmental enrichment on reproduction, [consultato il 02/05/2017]

 

A cura di Chiara Grasso e Christian Lenzi. Revisionato da Ananda Tersariol.

 

 

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About the Author : Christian Lenzi

Biologo Naturalista, sognatore, viaggiatore, affascinato dalla scoperta.

About the Author : Chiara Grasso

Psicologa ed etologa con la passione per gli animali, vuole essere la voce di chi non ce l'ha. YO CREO (en) UN MUNDO MEJOR.

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