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Le #3 malattie più letali della grande guerra: una storia “quasi” vera.

Le tre malattie che hanno segnato il volto dell’Europa durante la prima guerra mondiale e che sono tutt’oggi di grande interesse.

Il sogno sfumò in incubo mentre il tenente medico aprì lentamente gli occhi. Intontito, cercò di mettere a fuoco la flebile fiamma di una lanterna che ardeva dall’altra parte della stanza.

Seduto su una delle poche sedie presenti su quell’ostile montagna, il tenente si era addormentato, in maniera scomposta, appoggiato allo stipite della porta. Per un attimo i suoi muscoli contratti in quell’assurda posa non gli permisero di raddrizzarsi; nuovamente composto, si strinse nella coperta di lana grigio-verde che avrebbe dovuto tenerlo al caldo, senza peraltro riuscirci.

Sebbene fosse l’inizio di giugno, il freddo della notte riusciva, comunque, ad insinuarsi sotto le vesti rendendo quell’interminabile dormi-veglia più simile ad una tortura che ad un riposo. La piccola lanterna gettava lunghe ombre sugli oggetti sparsi disordinatamente per la stanza. Si potevano distinguere diversi bisturi, delle tenaglie, delle seghe di varie dimensioni e alcune garze sanguinolente gettate sul pavimento. Una manciata di piccoli contenitori di vetro posati su di una mensola rappresentavano gli unici medicinali che quella piccola postazione medica poteva vantare.

Dal corridoio che conduceva all’infermeria rimbombò un lamento soffocato e il vociare concitato di due uomini che si affannavano a trasportare qualcosa di pesante. Poco dopo, due soldati con le divise impiastricciate di polvere e sangue fecero capolino nella piccola stanza. Con loro giungeva un ragazzo di vent’anni, disteso su di una barella di legno e tela.

Il tenente medico si alzò di scatto dalla sedia, ma le gambe quasi non ressero lo sforzo, tanto che credette di dover ricadere nuovamente su quel ridicolo sgabello. Riuscì però a mantenere l’equilibrio, facendo un passo verso i tre uomini. Nel frattempo, un’altra ombra si mosse nell’oscurità della stanza: era il giovane assistente del dottore che, a causa del trambusto, si era destato dal proprio torpore notturno.

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Immediatamente corse ad accendere le altre lanterne della stanza.

“Cosa gli è capitato?” chiese il tenente ai due uomini, mentre questi posavano il ragazzo sul tavolo di legno al centro della stanza.

“Gli austriaci gli hanno sparato. Stavamo facendo un giro di perlustrazione verso la cima della montagna e abbiamo deciso di riposare dietro uno sperone di roccia. Credevamo di essere al sicuro, così lui ha deciso di fumare,” disse il soldato facendo un cenno con la testa verso il giovane. “Quando ha acceso il fiammifero abbiamo sentito lo sparo. Un cecchino austriaco doveva essersi appostato non lontano da noi. 

Quando ha visto la fiamma, non ha esitato a premere il grilletto e l’ha colpito in pieno.” Seguì un attimo di silenzio ed il soldato aggiunse: “Era un bravo ragazzo”. Detto questo, i due uscirono dall’infermeria alla svelta e furono inghiottiti nuovamente dall’oscurità.

#1 Tifo.

Il tenente medico squadrò il giovane disteso sul tavolo. L’uniforme da alpino era completamente zuppa di sangue. Anche se non poteva vedere il foro di ingresso, poteva chiaramente capire dove il proiettile era penetrato: il sangue raggrumato si concentrava nella zona destra del petto, vicino alla clavicola.

Il medico ordinò all’assistente: “Aiutami ad alzarlo”. Fra le urla di dolore, il ragazzo venne fatto sedere ed il tenente gli passò la mano su tutta la schiena, alla ricerca di un indizio che rivelasse l’uscita del proiettile. Non trovò nulla.

Il dottore e l’assistente riadagiarono il giovane sul tavolo.

Sbottonata la divisa e tolto un panno sudicio che era stato usato come tampone, il tenente arrivò alla pelle. L’assistente avvicinò una lanterna alla zona della ferita, per far luce.

“Probabilmente ha colpito la costola o la clavicola,” sentenziò il tenente e sospirando cominciò a radunare gli attrezzi per l’operazione. Sapeva che probabilmente non sarebbe riuscito a salvare quel ragazzo, si era già trovato in una situazione simile, ma tanto valeva provare. Ripulita la zona dove era entrato il proiettile si accorse che il petto era disseminato di piccole punture rossastre: riconobbe immediatamente i segni lasciati dai pidocchi.

Il tenente medico non se ne sorprese: molti erano i soldati che venivano attaccati dai pidocchi. Le precarie condizioni igieniche e l’affollamento di quei buchi nel terreno, che chiamavano trincee, non facevano altro che favorire la proliferazione di quei parassiti. Questi piccoli insetti, oltre a rappresentare un fastidio, per gli uomini al fronte, erano anche il veicolo di diverse malattie, come il tifo. Malattie infettive di questo tipo, portarono al creatore parecchie migliaia di vite durante la Grande Guerra, sia sul fronte italiano sia su quelli sparsi nel resto dell’Europa. 

Prendiamoci una piccola pausa dalla nostra storia, ti va? Prima di scoprire la sorte del nostro soldato, voglio darti qualche informazione in più sul tifo, sull’evoluzione della malattia e sulla causa scatenante la patologia.

Il tifo colpisce in maniera inaspettata e repentina: degli intensi brividi di freddo preannunciano il rapido innalzamento della temperatura corporea, che arriva a toccare i 39-40°C. La febbre è accompagnata da una forte cefalea e da dolori muscolari. La malattia giunge poi al culmine con la comparsa di gravi sintomi nervosi (stato delirante) e dei tipici esantemi (eruzioni cutanee) di colore rosso acceso. In questo caso le allucinazioni giocano un ruolo fondamentale.                                                                                    

Il tasso di mortalità delle persone contagiate dal tifo è compreso fra il 5 e il 50%, dipendentemente dalle condizioni in cui versa il malato.                                                                                    La cura consigliata è abbastanza semplice ed è caratterizzata dall’uso di impacchi di ghiaccio, calmanti, antipiretici e antibiotici.

L’agente eziologico del Tifo.

Come già accennato, il vettore tramite il quale la malattia si diffonde sono i parassiti, principalmente i pidocchi. Questi insetti trasportano il batterio che causa il tifo chiamato Rickettsia prowazekii. È un batterio gram-negativo dalla forma bastoncellare o tondeggiante ed un parassita endocellulare obbligato. Cosa significa? Vuol dire che deve penetrare all’interno di una cellula eucariote per sopravvivere. Sfrutta l’ATP  prodotto nella cellula infettata per crescere e moltiplicarsi tramite scissione binaria, fino a quando la cellula non è più in grado di produrre energia, ne per sé, ne per il parassita. A questo punto R. prowazekii è pronto per distruggere la cellula ospite ed infettare quelle vicine.                                                                                                                    

Considerazioni evolutive.

In tempi relativamente recenti, questo piccolo batterio è stato oggetto di intense ricerche poiché è stato ipotizzato che R. prowazekii (e la famiglia delle Rickettsiae in generale) sia il parente vivente più vicino dei mitocondri. I mitocondri, che sono considerati le “centrali elettriche” delle cellule, hanno avuto origine tramite un processo di endosimbiosi che si è dimostrato così vantaggioso da essere conservato dal processo evolutivo.

È mai possibile, quindi, che il batterio responsabile del tifo sia il cugino più stretto degli organelli che permettono la vita di così tanti organismi sul nostro pianeta?                                                                                      

Alcuni indizi spingono in questa direzione. Sono stati, infatti, ritrovati alcuni geni tipici dei mitocondri all’interno di R. prowazekii, codificanti sia per alcuni complessi della catena respiratoria sia per enzimi necessari al ciclo di Krebs. Inoltre, è stata trovata una correlazione anche con il noto batterio Escherichia Coli che pare, a sua volta, essere imparentato molto alla lontana con R. prowazekii. Le differenze tra R. prowazekii e i mitocondri (nell’immagine qui sotto ne puoi vedere 2 in sezione trasversale) sono state evidenziate, principalmente, prendendo in considerazione il complesso proteico dell’ATP/ADP translocasi.

Questa proteina, è un enzima fondamentale in grado di trasportare l’ATP, dalla matrice mitocondriale alla camera mitocondriale interna. Da qui il percorso della valuta energetica della cellula proseguirà fino al citoplasma cellulare dove potrà espletare le proprie funzioni (energia per i processi vitali della cellula eucariote). L’enzima si occupa, quindi, del il trasporto della valuta energetica delle cellule ed è completamente diversa nelle due strutture finora esaminate (il batterio del tifo e la”centrale elettrica della cellula). È soprattutto questo dato, sommato ad altre piccole osservazioni, che ha portato i ricercatori ad escludere la stretta parentela fra il batterio del tifo e i mitocondri.

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Nonostante ciò, è possibile affermare con una certa sicurezza che entrambi abbiano un antenato comune, ma così antico, da essere quasi del tutto irrilevante.

#2 Colera.

“Dio mio…” pensò il tenente medico mentre teneva premuta una garza appallottolata sul petto del ragazzo. Afferrò da sotto il tavolo operatorio una bottiglia di grappa, la cosa più simile ad un anestetico presente in quell’infermeria. “Vai a prendere altra acqua.” disse all’assistente “Non ne abbiamo a sufficienza.” Rimasto solo versò il liquido chiaro contenuto nella bottiglia all’interno di una gavetta e l’avvicinò alle labbra del giovane che, a causa dell’emorragia, era sempre più debole.

Ne bevve qualche sorso e parve calmarsi.

“Non ti muovere, devo estrarre la pallottola.”

Senza attendere alcuna risposta il medico rimosse la garza e cominciò a cercare con un sottile attrezzo il proiettile conficcato nel ragazzo. Rientrò in quel momento l’assistente, con in mano una brocca sbeccata piena di acqua fino all’orlo.

Vedendola con la coda dell’occhio il tenente si sentì subito confortato: avere dell’acqua pulita era ormai un privilegio durante la guerra ed era uno dei pochi vantaggi di combattere sulle montagne.

“Lava via un po’ di sangue e pulisci gli attrezzi,” ordinò all’assistente.

L’acqua inquinata dagli uomini e dalle bestie, che vivevano spalla contro spalla nelle trincee, non faceva che favorire il diffondersi delle malattie, che nella maggior parte dei casi conducevano alla morte.

Una delle malattie da trincea più diffuse era, di certo, il colera. Mi dispiace, devo interrompere nuovamente la nostra piccola storia per parlarti di scienza, dopotutto, sei qui per questo no? Prima di procedere, lasciaci un +1, la stesura e la correzione di questo articolo hanno richiesto parecchie ore di lavoro. 

L’agente eziologico del Colera.

Il colera, causato dal Vibrio cholerae, attacca la zona intestinale dell’apparato digerente provocando un’enterite desquamativa, un tipo di infiammazione dell’intestino tenue, che si traduce in una forte diarrea. La diarrea fa perdere all’organismo grandi quantità di acqua e, se non curata, può portare alla morte per disidratazione.

È possibile contrarre il colera, molto facilmente, venendo in contatto con acqua contaminata, sia dolce che salata. Durante la Grande Guerra furono migliaia (solo in Italia) i soldati che si ammalarono di colera, a causa dei corsi d’acqua inquinati dal batterio e dalla tossina colerica.

Il colera è globalmente distribuito.

Anche in Europa è stata dimostrata, ad oggi, la presenza di Vibrio cholerae all’interno di alcuni fiumi e in molte zone marittime. Per questo motivo bere acqua non precedentemente trattata è altamente sconsigliabile. Una testimonianza della presenza del colera nell’Europa moderna può essere rappresentata dall’epidemia avvenuta a Napoli nel 1973, che costò la vita a circa 12 persone.

È facile capire come il problema del colera affligga soprattutto i paesi in via di sviluppo, dove la carenza di un sistema di approvvigionamento idrico sicuro e la difficoltà ad allontanare le acque reflue, giochino un ruolo preponderante nella proliferazione e nella trasmissione del batterio. 

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Il colera come molte altre malattie è legato a doppio filo con il clima e la sua endemicità dipende strettamente da esso.

Nonostante la presenza di V. cholerae sia accertata in tutto il mondo, solo in alcune aree, come le zone tropicali o subtropicali, conservano l’endemicità della malattia. Una di queste è il Bangladesh, dove le epidemie di colera raggiungono il loro picco durante il periodo dei monsoni, due volte all’anno.

Recentemente, il colera ha fatto parlare di sé durante il terremoto avvenuto ad Haiti nel 2010. Infatti, subito dopo la catastrofe naturale, vi è stato l’insorgere di un’epidemia di colera che ha contagiato circa 150.000 persone delle quali 3.333 sono decedute.

Gli scienziati si sono subito posti il problema sull’origine della pandemia: come mai è scoppiata proprio dopo il terremoto? 

Per capire la causa dell’epidemia sull’isola, è stato sequenziato il DNA di tre campioni distinti di V. cholerae, prelevati da altrettanti soggetti ammalati. Una volta fatta questa operazione, i codici genetici sono stati messi a confronto con quelli di altri campioni di colera presi nel resto del mondo. Nonostante il genoma del colera moderno (che viene fatto risalire all’inizio della settima pandemia, nel 1961), sia sempre lo stesso, esso differisce leggermente in zone diverse del mondo. In questa maniera è possibile capire da che parte della Terra il batterio provenga.

È stato così scoperto che il V. cholerae, che ha provocato l’epidemia ad Haiti, era originario della zona del sud est asiatico e non dell’area dell’America Latina, più vicina all’isola e da dove si presumeva fosse giunto. Questo sta ad indicare che l’epidemia, in qualche maniera, sia stata causata da un ceppo di colera introdotto nel periodo immediatamente successivo alla catastrofe naturale. La domanda sorge spontanea: come ha fatto il batterio ad arrivare dall’Asia e perché proprio dopo il terremoto? A questi interrogativi non ci sono ancora delle risposte certe ed univoche.

È comunque verosimile che V. cholerae sia stato introdotto accidentalmente dall’uomo ed è stata avanzata l’ipotesi che gli stessi aiuti umanitari abbiano contribuito al suo trasporto e alla sua diffusione.

#3 Spagnola.

Il rumore di colpi di artiglieria riempì improvvisamente il silenzio della notte che ormai stava lasciando il posto al grigiore del mattino. Il tenente medico era riuscito finalmente a trovare ed estrarre il proiettile, mentre stava procedendo a togliere quanti più frammenti di ossa poteva dal corpo del giovane. Le schegge della clavicola, andata in mille pezzi, avevano senza dubbio colpito i polmoni, rendendo la situazione ancora più critica.

Il ragazzo lì disteso aveva ormai da tempo smesso di lamentarsi e fissava con occhi sempre più vacui il soffitto della postazione medica.

Con un filo di voce continuava a ripetere una sola parola: “Mamma”. 

Il medico ne aveva visti tanti di uomini morire e, a dispetto dell’età, tutti o quasi, invocavano poco prima della morte il nome della mamma, della sorella, della propria ragazza e, talvolta, anche del padre.

Una bomba cadde non lontano dall’infermeria e fece tremare le pareti di legno.

Qualche contenitore posto sulle mensole cadde al suolo.

Per un istante il dottore non sentì più nulla, a causa della deflagrazione, e in quel momento incrociò gli occhi spalancati del ragazzo, che ormai aveva finito di soffrire. Il tenente rimase così, con una mano premuta sul petto del giovane, a guardarlo.

Nel mentre, fuori, la battaglia infuriava e non c’era un secondo da perdere, nel corridoio risuonava già lo scalpiccio dei barellieri che portavano nuovi feriti e le urla di dolore dei soldati colpiti.

“Non finirà mai.” pensò il dottore mentre aiutava a scambiare il morto con il vivo sul tavolo operatorio.

La guerra finì, per l’Italia, il 4 novembre 1918, con l’armistizio firmato a Villa Giusti nei pressi di Padova. Il conto totale dei caduti durante tutto il conflitto in Europa, si aggira intorno ai 15-17 milioni, se non si tiene conto di coloro che morirono a seguito di una delle più gravi malattie che il genere umano abbia mai affrontato: l’Influenza Spagnola.

Questa epidemia causò in tutto il mondo più morti dello stesso conflitto bellico, mietendo secondo alcune stime circa 50.000.000 di persone. La sua durata, a dispetto dell’incredibile numero di morti, fu relativamente breve: durò dal 1918 al 1920. L’influenza fu chiamata Spagnola poiché solamente i giornali spagnoli, non sottoposti a censura, ne riportarono la notizia.

L’agente eziologico della Spagnola.

I primi sintomi della malattia sono simili a quelli di una normale influenza: tosse, febbre, dolori lombari, tuttavia capitava molto spesso che, a seguito di diverse complicazioni, il malato non riuscisse a superare la malattia. Il virus della spagnola aggredisce soprattutto i polmoni, perché presenta una piccola proteina sulla propria superficie: l’emoagglutinina (HA). Questa si lega all’acido sialico presente sull’epitelio bronchiale. Grazie a questo appaiamento il virus può essere internalizzato e dare origine al proprio ciclo vitale. Il virus dell’Influenza Spagnola è una variante del noto virus H1N1, un sottotipo dell’influenza-virus A, capace di infettare determinate specie di mammiferi e uccelli.

Oggigiorno, non esiste più la versione del virus della Spagnola, ma si ritiene che esso sia ancora presente in alcuni tipi di uccelli selvatici, anche se questi non ne sono affetti.

L’interesse storico e scientifico per le malattie come la spagnola.

Perché il virus della spagnola è stato così virulento e devastante, a differenza degli altri tipi di influenza?

Ad oggi non ci sono spiegazioni definitive sulla questione, anche se il virus è stato ricostruito in laboratorio partendo da alcuni campioni prelevati da resti di persone morte di Spagnola durante il secolo scorso. Ciò che colpì molto l’opinione pubblica al tempo della pandemia, nel 1918, fu che essa si accaniva con curiosa violenza su individui adulti compresi tra i 15 e il 34 anni, lasciando praticamente illesi anziani e bambini.

Queste ultime due categorie sono notoriamente le più inclini ad ammalarsi, ma nel caso della Spagnola vennero quasi totalmente ignorate, al contrario dei giovani robusti e in buona salute. Come mai?

Ricerche storiche e scientifiche hanno portato alla luce una sorta di vaccinazione alla Spagnola non compiuta in maniera artificiale, bensì naturale. Verso la fine del’1800, più precisamente nel 1889, vi era stata un’altra epidemia simile alla Spagnola ma molto meno virulenta e mortale, chiamata “Influenza Russa” causata dal ceppo virale H3N8, inoltre, nei primi anni del ‘900 si era diffuso un altro virus simile a quello della Spagnola, sempre del tipo H1, che aveva colpito soprattutto i bambini, a causa della loro fragilità.

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Per questo motivo coloro che erano nati prima o attorno al 1889 e all’inizio del XX secolo, erano già entrati in contatto con versioni molto simili, ma meno devastanti del virus della Spagnola.

In questa maniera il sistema immunitario di questi individui aveva già imparato a riconoscere il virus, ricalcando quello che avviene nelle vaccinazioni. Coloro, invece, che erano nati dopo l’inizio dell’Influenza Russa e prima dell’epidemia di inizio secolo o che, comunque, non erano venuti in contatto con nessuna delle due, non disponevano degli anticorpi necessari a difendersi dalla violenza della Spagnola. Portate in tempi moderni queste scoperte possono essere viste come un esempio del passato che sottolinea l’importanza e l’utilità delle vaccinazioni.

Con questo articolo colgo l’occasione per rendere omaggio a tutti coloro che la storia ha classificato come “morti di serie B”, cioè quelli che non hanno trovato una fine eroica sui campi di battaglia ma, piuttosto, sui letti d’ospedale, nelle proprie abitazioni o dove capitava, a causa di malattie e di stenti.

Voglio ricordare la nostra gente, che ha tanto sofferto durante la Grande Guerra, e, in particolare, coloro che sono morti nella speranza di un’Italia prospera e unita.

Bibliografia

 

A cura di Giovanni Sestini. Revisionato da Mirko Zago.

 

 

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About the Author : Giovanni Sestini

Futuro biotecnologo. Curioso e organizzato. Amante della storia moderna. Appassionato di libri di avventura.

1 Comment
  1. […] poco è passato il centenario dell’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra mondiale ed un articolo di Giovanni Sestini su Biochronicles ricorda che non furono solo le bombe e le pallottole a causare quella carneficina, ma anche […]

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